La Roma “godona” di Paolo Sorrentino piace a Cannes. “Persino” agli stranieri. “Se voi italiani pensavate che all’estero non avrebbero apprezzato il film forse è perché non sapete leggere bene le cose! Cosa accaduta già con Il Divo. Non conosco le ragioni del loro apprezzamento, ma ne sono solo lieto”. Il regista napoletano replica a chi  – in conferenza stampa – si fa portavoce di un bizzarro (ma non nuovo..) “mood” che ha preso forma nei confronti de La grande bellezza, oggi concorrente sulla Croisette e in uscita in 430 sale italiane. Ovvero quello per cui la stampa critica del Belpaese denigra il proprio cinema, altrimenti celebrato fuori Penisola. Atteggiamento non generalista (la laicità della critica è sacra) ma in questo caso pertinente. Dunque, incalza Sorrentino, è leggenda che “gli stranieri attendano un film italiano che parli male dell’Italia: loro cercano solo dei bei film, punto. Non ci sono preconcetti, e la dimostrazione è che all’estero hanno successo nostre pellicole profondamente diverse l’una dall’altra”. E, va detto, l’accoglienza della pellicola da parte di diverse testate internazionale è stata entusiasta.

La quinta prova di Sorrentino in concorso a Cannes non è La dolce vita 2.0, benché “l’interiorizzazione di Fellini abbia contagiato ogni giovane cineasta italiano, incluso me. Oltretutto Fellini dichiarò di essersela inventata la Roma de La dolce vita. Certo, ci sono assonanze nei temi tra il suo e il mio film, ma non non esiste altra forma di apparentamento per ragioni anche ovvie: quel film era un capolavoro…”. Nel gioco delle differenze/comunanze tra i due – mantra di ragionamenti da quando Sorrentino decise di fare questo film – va notato che ciò che Fellini voleva intitolare “La bella confusione” era un’Italia diversa da oggi. Come? Lo spiega Toni Servillo, interprete sapiente dello scrittore/giornalista Jep Gambardella, il Virgilio de La grande bellezza: “Era spinta dal rilancio del dopoguerra, una filosofia compositiva. Allora c’erano delle speranze, degli entusiasmi. In questo caso, invece, la città diventa ritratto metaforico di una condizione umana che riguarda occasioni perdute”.

Sorrentino & Servillo, come ormai accade da anni, esprimono complicità istantanea. Napoletani e sentimentalmente cinici. L’uno teorizza l’altro, “Toni è il mio unico vero critico, crea concetti sulle mie intuizioni”, annuncia il cineasta mentre prova faticosamente a definire cosa “sia” La grande bellezza. “E’ la bellezza della vita atemporale, non solo di Roma ovviamente. Oserei dire che è anche la bellezza della fatica del vivere stesso”. E 10 anni fa – insiste Sorrentino – “questo film sarebbe stato identico, perché non calca la crisi del momento, interrogandosi prevalentemente sui sentimenti/dinamiche degli esseri umani che appartengono all’universalità spazio-temporale. Anche il problema delle occasioni mancate esisteva dieci anni fa…”.

Alla fine della ricerca, tale Grande Bellezza lascia un vuoto di senso, altrimenti detto un eccesso di vacuità. Che il film mirabilmente trasforma in immaginario per scomposizione / ricomposizione come in un mosaico di eterno presente, quale poche città come Roma riescono a simboleggiare. I personaggi “abitano” questa metafora, la decadenza di chi – forse – cerca la Grande Bellezza nel luogo sbagliato. Se i contenuti dentro al cinema di Sorrentino tramutano istantaneamente in linguaggio formale, in questa sua nuova prova si percepisce un principio di verità (e sincerità) che nell’ultima sua filmografia stentava ad emergere. Un pregio di non poco conto, perché è ciò che determina il segno distintivo del film.

Accanto a Toni Servillo, che mai finisce di ringraziare il regista di cui è alter ego, “ogni sceneggiatura che mi propone è un regalo”, un cast variegato come meglio non si potrebbe, specchio di chi penetra i diversi punti di vista, ovvero “ambienti” dove si officiano delle ritualità legate al mondano, all’arte, alla politica, alla religione, e al giornalismo: Carlo Verdone e Sabrina Ferilli (entrambi magnifici) sopra tutti, ma anche Buccirosso, Herlitzka, Galatea Ranzi, Isabella Ferrari, Iaia Forte, Anita Kravos e tanti altri.

Se per Sorrentino il trionfo è a portata d’ovazione (attesa stasera alla proiezione ufficiale), non ugualmente si può dire del cinema italiano, genericamente parlando. “Dove sta la grande bellezza del cinema d’Italia oggi?” chiede la stampa nazionale al 43enne ex ragazzo di Napoli. “Non so rispondere. Spesso viene osteggiato a priori”. Forse la domanda andrà girata al neo Ministro dei Beni e Attività culturali Massimo Bray giunto oggi a Cannes a siglare un accordo di coproduzione tra Italia e Francia e ad assistere alla prémiere internazionale dell’unico portabandiera in concorso. Dal suo annuncio di oggi, pare voglia organizzare “gli Stati Generali del cinema italiano alla Mostra di Venezia, perché la cultura merita risposte dalla politica”.