“Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia”, diceva Proust. “Lasciamo le belle città ai registi con fantasia”, diremmo dell’ottimo Paolo Sorrentino. A Cannes e nelle nostre sale, La grande bellezza consegna due notizie. Prima la cattiva: di bellezza si può morire. Poi la buona: non moriamo noi, a rimanerci secco è un giapponese, reo di scatti compulsivi dal Gianicolo. La bellezza ti stende, devi sapere come prenderla, e Sorrentino non è un turista giapponese: distacco estetico e coinvolgimento poetico, ode cafonal e parafrasi sacra, La grande bellezza gioca la carta dell’antifrasi, ma forse non la scopre.

Protagonista, lo straordinario Toni Servillo, che torna a lavorare per la quarta volta con Sorrentino: è Jep Gambardella, 65 anni, re dei mondani, giornalista e scrittore con un solo libro all’attivo, L’apparato umano. Molti anni addietro, fu un caso, distinse un valore, poi Roma ha strappato altre, future pagine: Jep oggi intervista casi umani, parla con il suo direttore, una nana, e non sa più creare. Un esteta, Jep ha fatto dell’arte vita, la sua, che capolavoro non è: cicaleccio mondano, blabla professionale, feste godone, notti tarde e mattine pure, il bicchiere in mano, lo sguardo lucido di chi ne ha viste tante e perse di più. Sorrentino apre con Viaggio al termine della notte di Celine, Jep cita Flaubert, l’impossibile romanzo sul niente, e si perde in mille chiacchiere alto borghesi, galleggia tra cinismo e disincanto in un mondo, per dirla con Cetto La Qualunque, in cui è Tutto tutto, niente niente. E i politici ci sono, sguazzano con alti prelati che discettano di cucina e suore, la Santa, sdentate, nutrite a radici, ma alloggiate all’Hassler: Roma può tutto, se non credi che “le radici sono importanti” (la Santa) sei fottuto. 

Jep non lo dice, ma lo sa anche lui: sul soffitto dell’appartamento vista Colosseo, vede il mare della gioventù, il primo amore non dimenticato, ma ineluttabilmente perduto. Privilegiato, Jep, ma solo sul piano mondano ed estetico, l’altrove non gli appartiene, non è cosa sua, eppure esserne consapevole potrebbe sbloccarlo qui, su questa terra: essere non più di questo mondo, ma in questo mondo, secondo il dettato paolino. Non a caso, per exemplum della Santa, nella grande bellezza filtra la luce della conversione: non religiosa, ma creativa, perché la salvezza di Jep è tornare a scrivere, arrivare al secondo romanzo, scrivere con il naso all’insù, mettendo su carta quel mare naufragato. Ce la farà?

Tra il Fellini di Roma e La dolce vita e l’Ettore Scola de La terrazza, almeno per contiguità umana e ambientale, La grande bellezza è un film bigger than life, ambizioso senza arroganza, smisurato ma con proporzioni auree, sacro e profano, cult e scult, cafonal e beato: arte-vita 2.0, cielo e arte, animali urbani e bestie umane, Proust ma anche Ammaniti, decadenza dei costumi e i costumi da dandy inveterato di Jep. Forse, 42 anni sono pochi, è il film summa di Sorrentino, del resto, questo Servillo è l’uomo in più, vive disilluso Le conseguenze dell’amore e si incorona Divo della caput mundi popolata di principesse e criminali d’alto bordo, giornalisti e cardinali, coatte dal cuore d’oro (Sabrina Ferilli) e sconfitti a testa alta (Carlo Verdone). 

Sì, morto un Divo se ne fa un altro: Servillo getta la maschera di Giulio Andreotti, Sorrentino mostra il volto della maturità, tirando un magnifico sasso nello stagno di Roma. E del nostro cinema.