“Un angioletto biondo, bello e con i riccioli, si è sbagliato. Il compito che gli aveva affidato il Padreterno era quello di mettere i maschi in una scatola azzurra e le femmine in una rosa prima di portarli giù sulla terra alle madri che li aspettavano, il mio angioletto si è confuso e mi ha messo in una scatola azzurra”. Anita, che una volta si chiamava Antonio, si aggrappa a questa favoletta ingenua per raccontare la sua lunga traversata nell’inferno che tocca a chi decide di cambiare sesso e rimediare così alle bizzarrie della natura. “Sono nata 46 anni fa a Piscinola, paese-città-quartiere alle porte di Napoli. Un papà ferroviere e appassionato di storie del Risorgimento, una madre sarta e tre sorelle. Poi io, il figlio maschio, l’unico. Quando mia madre mi partorì papà scelse la clinica più bella. Nasceva ‘o masculillo e bisognava accoglierlo con tutti gli onori”. La risata di Anita, alta, i capelli ora biondi, il volto implume grazie agli ormoni, è venata dalla nostalgia. “Povero papà, era in macchina, una vecchia Cinquecento scassata, quando mia madre, stanca di sentirlo borbottare su questo figlio maschio che a venticinque anni non vedeva la via di trovarsi una fidanzata, gli rispose urlando: “A tuo figlio piacciono i maschi”. Un dramma, mio padre scoppiò in lacrime e tamponò una macchina. Passarono mesi di assoluto mutismo, ma alla fine capì. Ero suo figlio e per lui andava bene tutto”. 

Il sondaggio

Le Barbie nascoste sotto al letto
Anita Palladino ci riceve nella sua casa di Mercogliano, un paese sulle colline di Avellino. “Ho passato una vita a cercare di uscire dalla mia scatola. Da bambina giocavo con le Barbie che mi comprava mia madre, ma quando papà tornava dal lavoro dovevo nasconderle sotto il letto. Alle scuole medie i maschietti si innamoravano delle femminucce. Io no, li guardavo e pensavo al più bello tra loro, fantasticavo sull’amore della vita ma dovevo tenermi tutto dentro. Passavo ore a guardarmi, ma lo specchio mi rimandava l’immagine di una ragazzina. Da noi la parola gay non esisteva. Eri solo un ricchione, figura che veniva associata al vecchio bavoso che tocca i ragazzini nei cessi dei cinema. Una cosa schifosa. Dovevo resistere e l’unico modo era aggrapparmi ai vantaggi che mi dava l’essere finito nella scatola sbagliata, quella dei maschi. Crescevo ed ero un ragazzo davvero bello, forte, sano, i capelli neri come la pece, un bel fisico. Appena finite le scuole superiori feci un concorso nella Guardia di Finanza. Ero maschio e dovevo esserlo fino in fondo, a Piscinola tutti dovevano vedermi con la divisa addosso. Feci test, visite mediche, prove attitudinali e il concorso. Arrivai tra i primi. Per questo mi mandarono al Nucleo di polizia tributaria di Taranto. Un’esperienza straordinaria”.

Anita ci mostra le foto di Antonio in divisa da finanziere. Antonio che sfila col suo battaglione, il volto fiero e il passo marziale. Antonio ai campionati di judo delle Fiamme Gialle. Antonio in un ritaglio di giornale che parla di una operazione contro i falsari. Antonio il finanziere orgoglioso. “Ma ad un certo punto la scatola azzurra si ruppe, mi innamorai di un collega. Perdutamente. Una sera gli parlai apertamente, col cuore in gola gli dissi che lo amavo. Lui mi guardò stupito, imbarazzato, ma non ebbe una reazione negativa. Mi parlò con calma e mi rispose che a lui non andava, quasi cercando le parole più dolci mi disse che a lui piacevano le donne, ma promise che mi avrebbe aiutato a seguire i miei desideri. Mi consigliò un viaggio a Parigi e a Londra alla ricerca di locali per gay. Ci andai e cominciai a fare le prime esperienze. A 26 anni ho avuto il primo rapporto vero. Odiavo gli amori occasionali, volevo un affetto solido”.

I ricordi scorrono, sul tavolo della sala da pranzo della casa di Anita mucchi di fotografie. “Ho avuto tanto dalla vita, ho sofferto, ma non ho mai abbassato la testa. A 36 anni ho comprato il primo vestito da donna. Ho scelto il migliore, il più bello, il più adatto ad un corpo che cominciava già a somigliare a quello di una femmina vera. Prendevo gli ormoni femminili, mi depilavo col laser, cominciava a crescermi il seno. In caserma era sempre più faticoso nascondere le mie trasformazioni. Ero combattuta, non volevo perdere un lavoro che amavo. La divisa era tutto per me. Un giorno mi feci coraggio e andai a parlare col colonnello medico del battaglione. Voglio cambiare sesso, gli dissi. Lui mi guardò stupito ma non alzò mai la voce. Lesse le mie note caratteristiche, il mio stato di servizio, le cartelle delle visite mediche. Era tutto più che a posto”. “Io la terrei con me, ma i regolamenti militari sono quello che sono”.

“Quindi fuori dalla Guardia di Finanza, la legge mi offriva una via d’uscita: abbandonare la divisa ed entrare nei ruoli civili, diventare un impiegato, ma con ridotte capacità lavorative. Come se la mia scelta fosse una malattia invalidante, un ictus, un infarto, un cancro. Eppure tutti i test psicologici fatti dai medici della Finanza erano ottimi. Ero sanissimo, ma la legge assurda di uno Stato chiuso e gretto mi trasformava in un malato. E allora sono loro che devono pagare, è contro questa mentalità borbonica, arretrata, fascista, che io mi batto. Siamo uguali senza distinzione di razza, di religione e di sesso, o no?”. Anita non ha accettato di diventare un travet con ridotte capacità lavorative e ha scelto di vivere con il modesto vitalizio del congedo. “Ma ora, a 46 anni, mi aspetta l’ultima parte del cammino, la più difficile”. Cambiare sesso, operarsi. Anita ci racconta una storia assurda di visite mediche, test psicologici, il giudice che deve decidere se il soggetto può accedere alle liste di attesa. Lunghissime prima di arrivare all’operazione. E poi le pratiche per cambiare identità sui documenti. Essere finalmente Anita e non più Antonio.

“Mi aiuterà la Madonna”, dice indicando Montevergine, la montagna che incombe su Mercogliano, il paese dove vive. Qui c’è il santuario di Mamma Schiavona e ogni anno, il 2 febbraio, festa della Candalora, all’alba arrivano femmenielli, travestiti e trans per chiedere aiuto e perdono. Salgono i 23 scalini verso il portone del santuario e in coro gridano “Mamma Schiavò facce trasì”. Dopo le preghiere quel popolo colorato e allegro balla per ore sul sagrato al suono delle tammorre e dei cimbali. È una festa antica che risale ai tempi della dea Cibele. Per onorarla gli uomini abbigliati con vesti femminili si eviravano. “Sì – dice Anita con gli occhi umidi – Mamma Schiavona mi accompagnerà nella parte più difficile del mio cammino quando uscirò per sempre da quella scatola azzurra”.

di Enrico Fierro e Lorenzo Galeazzi

da Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2013