Sono rimasto basito dall’articolo del Grande Elettore Ivan Scalfarotto (vice-presidente del Pd) in cui ha spiegato perché uno come lui, democratico già iscritto al Partito Radicale, alfiere dei diritti civili, ha deciso di non votare per Stefano Rodotà, anch’egli ex Radicale, anch’egli alfiere dei diritti civili, già deputato della Sinistra Indipendente (fu il gruppo parlamentare ulivista ante-litteram, di non iscritti al Pci e provenienti dalle aree laico-azioniste o cattodem, che ebbe fra i suoi esponenti Altiero Spinelli, Edoardo De Filippo, Cesare Terranova, Gino Paoli). Quel Rodotà già europarlamentare, e oggi giurista e accademico di prestigio internazionale che ha insegnato negli Stati Uniti, in Canada, in America Latina, in India, in Australia. Uno degli autori della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea.

Scalfarotto non ignora tutto ciò e definisce Rodotà per ciò che è. Addirittura aggiunge: “Stefano Rodotà, per me, è uno dei grandi italiani viventi.” Quindi anche Scalfarotto non ha alcun dubbio sulla limpidezza della candidatura di Rodotà al Quirinale, che in un precedente articolo avevo riassunto in modo semplice come di bella perfezione.

Dice però Scalfarotto: “Non sono (solo) le caratteristiche personali del candidato o la predilezione del grande elettore per il potenziale Presidente a contare.” E già qui non sono d’accordo. Le qualità personali del candidato sono ovviamente sempre fondamentali, in qualunque genere di elezione, che sia diretta o indiretta, per mero rispetto dell’etimologia del termine. Nella elezione del Presidente della Repubblica, poi, sono proprio dirimenti. Perché si deve scegliere una personalità di enorme prestigio nazionale e internazionale, in grado di rappresentare l’unità della nazione in Italia e all’estero. Quindi le sue qualità personali sono imprescindibili, sennò andrebbe bene eleggere l’esponente di una qualunque maggioranza assoluta, cosa che anche se la Costituzione prevede dalle quarta votazione in poi, non è in sé auspicabile.

Scalfarotto continua: “Cosa rappresenterebbe un voto per Rodotà? La risposta è che la scelta del professore avrebbe senso solo se, in termini politici, essa costituisse la legittimazione e lo ‘sdoganamento’ del M5S nel quadro politico-istituzionale del paese.” Ma che diamine, on. Scalfarotto, il M5S lo hanno sdoganato quei 9 milioni di italiani che lo hanno votato. E’ entrato nel Parlamento con il 25% dei voti! E ha oggi la forza di proporre un proprio candidato, intelligentemente scelto all’interno della cultura politica oggi di maggioranza in Parlamento, la Sinistra. Oltretutto, Scalfarotto, un po’ di fiducia in Rodotà: lei pensa che avrebbe accettato la candidatura da parte di M5S se il suo ragionamento fosse accorto? Io no.

Scalfarotto continua: “[Rodotà] Non è un’idea che si vuole condividere, ma solo un’altra proposta ‘prendere-o-lasciare’ che non risponde a un pensiero di costruzione di un sistema comune“. A me sembra che Grillo, invece, proprio a partire dalla proposta di bandiera Gabanelli, abbia cambiato passo, offrendo al Pd la possibilità di una collaborazione di governo, se questo avesse contribuito a eleggere il candidato M5S al Quirinale.

In ogni caso, on. Scalfarotto, se anche fosse giusta la sua interpretazione sul “prendere-o-lasciare” ci sono casi in politica in cui si deve prendere. Perché il candidato è particolarmente buono, perché i numeri lo impongono, perché non si può sapere cosa porterebbe questo primo accordo fra Pd e M5s per il vicino futuro. E soprattutto perché non si fa politica sostenendo che siccome il miglior candidato possibile lo ha proposto il partito sbagliato, allora noi non lo votiamo. Non almeno per il Quirinale, Scalfarotto, dove l’eletto deve proprio essere rappresentativo di culture politiche plurali.

Concludo infine sulla scelta di Prodi, fatta dal Pd: come tutti sappiamo, Prodi non ha i numeri per essere eletto nemmeno con la maggioranza assoluta. Anche immaginando zero franchi tiratori nel Pd (e vedrete: ce ne saranno, invece), la somma di Pd e Sel non arriva a quota 504. Allora: o Prodi ha in tasca un tacito accordo con Grillo e Casaleggio per essere soccorso nel segreto dell’urna da un centinaio di voti del M5S, oppure non sarà eletto Presidente della Repubblica.

E se questo succederà, il Pd avrà messo il suo capo nel tritacarne pur di non votare Rodotà, che fu già il presidente del Partito Democratico della Sinistra. E chi verrà dopo Prodi sarà senza dubbio peggio di Rodotà, perché sarà eletto coi voti di Berlusconi. Va bene il tafazzismo, on. Scalfarotto, ma uccidere in un colpo solo due padri storici del proprio olimpo a me pare una roba da dimissioni e scioglimento del partito. A lei?