E’ la settimana in cui si deciderà come sarà l’Italia non per i prossimi dieci mesi ma per i prossimi dieci anni. Dipenderà tutto dal nome del prossimo Capo dello Stato e se questo nome sarà stato condiviso o meno dalle forze poltiche uscite dalle urne di febbraio. Al momento, non c’è nulla di cui stare allegri. I partiti sono su posizioni siderali gli uni dagli altri e persino il nome di Prodi, pronunciato con l’intento di bruciarlo da parte del Cavaliere a Bari, ha creato scosse telluriche pesantissime nel Pd. Che tanto per cambiare si è dimostrato diviso persino sul fondatore dell’Ulivo.

In questo quadro di un paese in piena crisi politica ed economica andranno a votare (loro, i grandi elettori) per il nuovo Capo dello Stato quando saranno passati 54 giorni dalle elezioni di febbraio, senza che nel frattempo si sia mosso assolutamente nulla rispetto a quando siamo andati a votare noi per eleggere loro. Ma, come sempre, tutto dipenderà da un incontro nelle segrete stanze, quello di martedì prossimo tra Berlusconi e Bersani, l’ultimo prima che la Camera di riunisca in sessione speciale. In questi giorni gli sherpa dei due schieramenti si sono più volte confrontati, prima cercando – come voleva Berlusconi – di trovare un accordo sia sul Quirinale che sul governo, poi si è passati al parlare solo del nome del possibile successore di Napolitano. E l’accordo è lontano pure qui. Qualcuno sostiene che sia Berlusconi che Bersani hanno un nome che tengono coperto fino alla quarta votazione, per non bruciarlo. Altri, forse più pragmaticamente, sostengono invece che si sta andando avanti a tentativi e che alla fine uscirà, come sempre, il meno peggio. La tradizione non mente.

Rodotà, che piace ai grillini, è indigesto al centrodestra e non tutto il Pd lo voterebbe. Marini, che piace al centrodestra, nel Pd lo voterebbero solo i popolari e per i grillini sarebbe indigeribile. La Finocchiaro la voterebbe solo il suo partito e la Lega; potrebbe anche farcela, ma il peso del rinvio a giudizio che pende sulla testa del marito, Melchiorre Fidelbo, per abuso d’ufficio e truffa aggravata rende praticamente impossibile una sua salita al Quirinale. Insomma, dei nomi usciti fino ad oggi, tutti hanno qualche problema. E siccome è quasi impossibile che Berlusconi e Bersani trovino una quadra su un nome solo, è probabile che si arrivi alla quarta votazione navigando a vista. E a quel punto potrà succedere di tutto.

Tanto per ricordarlo, in totale a eleggere il capo dello Stato saranno 1007 votanti: 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori), i quattro senatori a vita attuali e 58 delegati regionali.  Nei primi tre scrutini è necessaria la maggioranza di due terzi (671 voti) dei componenti dell’assemblea, mentre basta la maggioranza assoluta dei votanti, 504, dal quarto in poi. L’elezione si svolgerà a scrutinio segreto e senza che si possa dare, in aula prima del voto, pubblicità dei nomi che ciascun gruppo intenderà votare. Tutto avverrà nelle segrete stanze, consuetudine che, visti i tempi, sa veramente di muffa e di stantìo. Ma proprio perché la liturgia sarà ancora questa e il dialogo potrebbe non cercarlo nessuno che, alla fine, dalle urne potrebbe uscire una sorpresa. Brutta o bella lo si giudicherà poi.

Ci sono ancora quattro giorni, comunque, tempo per trovare una quadra ci sarebbe, ma le possibili elezioni a breve rendono indisponibili le parti ad esporsi per il rischio d’essere accusate d’inciucio e puniti dall’elettorato. Serve “che i partiti si facciano carico – diceva Napolitano fino a ieri – di senso di responsabilità verso il Paese, serve un governo di larghe intese”. Sarà il prossimo Capo dello Stato a tirare le fila di questo nuovo, grottesco capitolo di storia politica del Paese. E di sicuro, chiunque egli sia, tenterà in ogni modo di dare un governo all’Italia, anche solo per poco tempo, per non essere immediatamente costretto a sciogliere le Camere che lo hanno eletto, condannandosi a un settennato di estrema debolezza politica.

Ma questo, comunque, si vedrà. Prima ci sarà il voto di giovedì prossimo. Che ancora una volta sarà certamente molto combattuto. “A parte il caso di Cossiga – ha ricordato in una recente intervista il senatore a vita Emilio Colombo, che ha partecipato alla scelta degli ultimi Capi dello Stato –  tutte le elezioni sono state molto combattute a partire da quella di Luigi Einaudi che prevalse grazie a 17 franchi tiratori” su Carlo Sforza che era ”particolarmente libero nel rapporto con il gentil sesso”.

Tra le varie elezioni quella di Leone, del ’71, dopo 23 votazioni, quando ”scegliemmo tra lui e Moro con le primarie – ha ricordato ancora Colombo – riunimmo i gruppi parlamentari democristiani e chiedemmo di votare tra i due, impegnando tutti alla segretezza assoluta perché non trapelasse l’immagine di un partito diviso: una volta scrutinata, ogni scheda veniva bruciata all’istante”. Altri tempi, stessa musica di oggi.  Diverso senso dello Stato.