La nomina non l’ha colto di sorpresa e aveva probabilmente le valigie pronte visto che da ieri il senatore Antonio D’Alì (Pdl), imputato a Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa, è a Bruxelles a rappresentare il Parlamento italiano in seno all’Apem, l’Assemblea Parlamentare Euro Mediterranea riunita stamane in seduta plenaria dopo le riunioni di commissione svolte ieri. D’Alì è stato confermato nell’organismo parlamentare europeo dal presidente del Senato Pietro Grasso, che ha raccolto un’indicazione del gruppo parlamentare del Pdl.

Senza alcun imbarazzo da Palazzo Madama fanno sapere che la nomina è solo una ‘’presa d’atto’’ e che il potere discrezionale del Presidente è pari a zero, ma in realtà la decisione finale spetta proprio all’ex Procuratore nazionale antimafia, che ha liberamente scelto di mandare in Europa a rappresentare le Camere un senatore imputato di concorso esterno alla mafia. “Mentre ci affanniamo a esportare il meglio della legislazione antimafia italiana attraverso l’armonizzazione di 27 sistemi giudiziari negli Stati membri, cercando di sensibilizzarli sulla presenza e sulla pericolosità mafiosa anche nei loro territori, il segnale che arriva dall’Italia è quantomeno inopportuno – dice Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia europea – visto il coinvolgimento del senatore D’Alì in accuse legate alla criminalità organizzata e visto che l’Apem raccoglie numerosi paesi del partenariato euromediterraneo che da oggi rischiano di avere dell’Italia un’immagine diversa da quella che noi cerchiamo con fatica di costruire ogni giorno”.

Oltre a D’Alì, nell’Apem sono stati nominati altri due parlamentari italiani, un senatore, sempre da Grasso, e un deputato, su indicazione di Laura Boldrini. E se la riunione plenaria dell’Assemblea si svolge una volta l’anno, le riunioni delle commissioni e dell’ufficio di presidenza sono più frequenti e D’Alì dovrà dividersi tra Bruxelles e l’aula del Tribunale di Palermo dov’è processato con il rito abbreviato dal gup Giovanni Francolini: prossima udienza il 4 maggio, per la requisitoria del pm.

Una decina di pentiti lo accusano di avere avuto (e alcuni di avere ancora) rapporti con la famiglia del boss latitante Matteo Messina Denaro, l’ultimo degli stragisti di Cosa Nostra ancora latitante. Una proprietà in comune con i boss, il “baglio” sui terreni di Zangara, dove secondo il pentito Giovanni Ingrasciotta D’Alì incontrò nel ’94 proprio Matteo Messina Denaro, il “pieno sostegno elettorale di Cosa Nostra trapanese”, come ha detto l’imprenditore Nino Birrittella, e perfino l’intercessione del senatore che alla fine degli anni 80 avrebbe salvato la vita a Salvatore D’Ambra, titolare di una finanziaria che ha truffato diverse famiglie del Trapanese, fra cui anche i Messina Denaro: solo grazie all’intervento di D’Alì, ha sostenuto Ingrasciotta, la storia non sfociò in una sanguinosa vendetta.

da Il Fatto Quotidiano del 13 aprile 2013