Il nuovo socio del Corriere della Sera sarà il presidente della Banca Popolare di Milano, Andrea Bonomi, tanto gradito a Mediobanca o saranno gli editori tedeschi di Axel Springer legati a doppio filo con il presidente del secondo e più difficile creditore, Unicredit? Nonostante le indiscrezioni e le supposizioni si moltiplichino, le certezze sono ancora relativamente poche in queste ore di concitate trattative tra l’editrice del quotidiano, Rcs Mediagroup, gli istituti di credito cui la società deve circa 800 milioni, il salotto buono degli azionisti che faticano a trovare il denaro da mettere nell’azienda ormai allo stremo e le rappresentanze sindacali, che hanno dato il via ufficiale alla corsa per salire prima degli altri sulla scialuppa di salvataggio.

Tra le poche certezze, è ormai consolidato il fatto che la ricapitalizzazione della società, se si farà, conterà un po’ di defezioni tra gli azionisti attuali, una moltitudine che spazia dalle banche Intesa Sanpaolo e Mediobanca, alla Fiat e la Pirelli di Marco Tronchetti Provera, passando per i Pesenti, Della Valle e il ras della sanità lombarda, Giuseppe Rotelli.

Non esclude una fuga in massa perfino il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, che in una lettera alla redazione lunedì scriveva che “l’ipotesi di una procedura concorsuale per l’intero gruppo non è da escludere. Lo faccio a cuore aperto, sotto forma di supplica. L’aumento di capitale è incerto, il rifinanziamento del debito problematico e comunque assai costoso. Si registra in alcuni soci e creditori un atteggiamento di durezza incomprensibile che stride con il comportamento, assai diverso, che i medesimi soggetti tennero in circostanze analoghe quando si trattò, per esempio, di rifinanziare una compagnia aerea o un gruppo assicurativo”. 

Parole che sono state rese pubbliche proprio mentre ai piani alti gli azionisti titolari del 58% della società riunito nel patto di sindacato del cosiddetto salotto buono, si sono incontrati per quattro ore per fare il punto e contarsi in vista della ricapitalizzazione da 600 milioni, 400 dei quali sono il minimo indispensabile per non portare i libri in tribunale, anche se complessivamente la somma non è sufficiente per far partire un vero e proprio rilancio. Tanto che Mediobanca, assieme agli altri soci, è al lavoro sul day after, per cambiare lo status quo identificando un nuovo assetto societario. L’intenzione sarebbe in pratica di affidare il gruppo editoriale a un unico editore, si vedrà poi se e come anche affiancato dalla truppa dei soci storici.

Ma la condizione base è che si trovi entro domenica 14 un accordo con i dipendenti di tutto il gruppo sui sacrifici che compensino il mancato flusso di denaro da parte dei soci a loro volta in crisi a casa propria e diano garanzie sufficienti ai creditori che, oltre a Unicredit, vedono in prima fila anche Intesa e la Bpm di Bonomi. All’appello, in pratica, mancano solo i giornalisti del Corriere, visto che la Gazzetta dello Sport ha già raggiunto un’intesa di sacrifici con l’azienda, mentre per i Periodici c’è la vendita di 10 testate. Senza contare che i giornalisti della divisione sarebbero comunque disponibili a un piano di sacrifici alternativo alla vendita che è stato proposto nelle scorse settimane.

Il nodo della testata ammiraglia, però, è piuttosto cruciale per la sorte di tutto il gruppo. Tanto da provocare  nervosismi e sollecitazioni da parte degli altri colleghi, come testimonia una nota di lunedì dei poligrafici della Cgil pubblicata sul Corsera che ha scatenato un putiferio. E alla quale è seguita la lettera di de Bortoli. “Non posso astenermi dal sollecitare una trattativa serrata e un accordo prima del prossimo consiglio di amministrazione. Io continuo a rifiutarmi di avallare gesti unilaterali. Non voglio concludere la mia carriera giornalistica scegliendo tra di voi chi mandare a casa”, scrive sul tema il direttore del quotidiano passando dalla supplica alla minaccia. “Ma se non lo farò io, lo farà qualcun altro. Dunque, un accordo va trovato. E dobbiamo accettare tutti dei sacrifici, in forma equa e solidale, per garantire l’occupazione e l’inserimento dei giovani, oltre che la stabilizzazione di alcuni contratti a tempo determinato”, aggiunge.

Non solo. “Non siamo né nel Sulcis né a Taranto, e – diciamolo con onestà – siamo beneficiari di alcuni istituti contrattuali, specie integrativi, ormai insostenibili – continua alzando il tiro -. Se non daremo prova di responsabilità e serietà, saremo certamente assai meno credibili in tutta la nostra attività professionale e non solo quando criticheremo i privilegi delle cosiddetta casta, meritoria battaglia civile condotta in questi anni”.

Quindi il riferimento diretto alla “rinegoziazione di alcuni istituti contrattuali in modo da ridurre sensibilmente, nei tre anni del piano 2013-15, o in un periodo più lungo, il costo del lavoro. Senza trascurare le fasce più deboli, che andrebbero protette e ipotizzando l’uso di un criterio di progressività. Un contratto di solidarietà attivo destinato a non pesare sui conti dell’istituto di previdenza. La mia proposta si estende anche all’ipotesi di trasformare almeno in parte i sacrifici economici che saranno necessari in un prestito infruttifero all’azienda, le cui modalità potranno essere oggetto di approfondimenti tecnici”.

Porte chiuse, però, in redazione dove i rappresentanti sindacali dei giornalisti mandano a dire che “nella nostra autonomia, facciamo presente che stiamo percorrendo altre strade, che non prevedono riduzioni di stipendio per i colleghi, né ipotesi di “prestiti infruttiferi” (o di altro tipo) all’azienda. Contiamo comunque di elaborare un piano di risparmi, sulla base della corretta analisi dei conti del Corriere della Sera, da noi effettuata con l’ausilio di qualificati analisti indipendenti”. Quanto ai colleghi, “è necessario chiarire che il cdr (il sindacato interno dei giornalisti, ndr) del Corriere della Sera non può essere indicato come l’ostacolo principale sulla strada della ricapitalizzazione di Rcs Mediagroup”. Ai soci (vecchi e nuovi) e alle banche l’ardua sentenza.