Succede regolarmente: “Tu che lavori al Fatto lo sai: dimmelo, ti prego”. Ma sapere cosa? “Adesso che la gente ha visto come sono i grillini, li voterà di più o di meno? Cioè: Crimi non si regge, cambia idea ogni secondo. E la Lombardi è antipatica. E poi c’è quella che non ha voluto dare la mano alla Bindi. Pizzarotti boh, non si capisce se è davvero bravo o no. Allora, cosa succederà la prossima volta?“.

Il tema è centrale. Il Parlamento in carica non ha un’aspettativa di vita particolarmente generosa: tra saggi, tecnici e coalizioni varie, è chiaro che – nella migliore delle ipotesi – un governo nascituro potrebbe durare mesi, non anni. E anche se ormai la Costituzione si interpreta creativamente, nessuno riesce a immaginare una soluzione di lunghissima durata.

E allora si tornerà a votare, e allora gli italiani dovranno di nuovo decidere: Pdl, Pd o Grillo? Il Movimento non ha dubbi: la prossima volta lo tsunami sarà definitivo e totale. Il Pd punta su Renzi, che piace parecchio fuori dal partito e pochino dentro. Il Pdl è in rimonta, ma teme che senza miracoli berlusconiani si possa andare rapidamente a picco.

La verità è che tutte le formazioni risulteranno seriamente provate dopo l’eventuale esperimento di lavoro con parlamento tripartito. Compresi i grillini, i cui elettori si sono consolidati attorno all’idea di cambiamento ma tendono a sfaldarsi  quando c’è da decidere come concretizzare la novità. Le firme raccolte subito dopo il voto per sostenere l’accordo con Bersani, le proteste di chi ha bollato i no di Grillo come puro disfattismo davanti all’occasione epocale di scegliere un premier (e un Presidente della Repubblica), i commenti non univoci che il blog La Cosa manda a rullo, le crepe già evidenti tra gli onorevoli-cittadini, sono tutti spunti difficili da quantificare in termini elettorali. Eppure, un peso ce l’hanno.

Quindi nessuno sa come finirà la storia. Non lo sa Berlusconi, non lo sa Bersani, non lo sa Grillo (anche se si dà arie di saperlo). Semplicemente, non lo sa nessuno.

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