Sfumato il toto Papa è il momento del rebus sul segretario di Stato. Chi sceglierà Francesco come suo “premier” al posto del contestatissimo Tarcisio Bertone? Da questa nomina, da alcuni attesa subito dopo Pasqua, da altri poco prima dell’estate, si potrà mettere meglio a fuoco il pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Continuità o rinnovamento? Nel collegio cardinalizio sono ben noti i “peccati” del porporato salesiano, talmente legato a Benedetto XVI da spingere il Papa tedesco a rinnovargli continuamente la sua piena fiducia fino alla fine del suo breve regno, soprattutto durante i mesi burrascosi della vicenda Vatileaks. In testa sarebbero il segretario della Congregazione per i vescovi Lorenzo Baldisseri e il prefetto per la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli Fernando Filoni.

Nei suoi sette anni di malgoverno della Chiesa come “premier” di Joseph Ratzinger voci autorevolissime e distanti, come Camillo Ruini e Angelo Sodano, avevano espresso con estrema chiarezza a Benedetto XVI il loro pensiero su Bertone, giudicato a dir poco inadeguato per quel ruolo diplomatico, tentando invano più volte di convincere Ratzinger a pensionarlo rapidamente. Ora i più accesi critici del segretario di Stato di Benedetto XVI sperano in Papa Bergoglio e nella sua prima e più importante decisione. Nelle dieci congregazioni generali che hanno preceduto il conclave durante la sede vacante, i porporati hanno tracciato non solo il profilo del successore di Benedetto XVI, ma anche quello che avrebbe dovuto avere il suo premier.

Mentre il primo identikit veniva tracciato nell’aula nuova del sinodo, alla luce del sole, il secondo si andava delineando nelle pause caffè, della durata di mezz’ora ciascuna, che si consumavano ogni mattina nella parte anteriore dell’aula Paolo VI e interrompevano le tre ore di congregazione. In questi momenti i porporati avevano la possibilità di parlare tra loro senza reticenze, confidandosi perplessità, critiche e dubbi sul precedente regno senza temere di turbare l’animo di qualche confratello e, ovviamente, senza scoprire le carte prima del tempo, ovvero del conclave. Una sorta di ticket all’americana emergeva in quei momenti di finto relax in cui l’anello d’oro degli eminentissimi spesso si incastrava nel manico della tazzina del caffè. E in quei colloqui, molto meno diplomatici di quelli che si svolgevano in aula davanti a tutti i confratelli, i nomi che emergevano erano tutti italiani, a dimostrazione che il cielo sopra il Cupolone non era destinato a diventare tricolore. Papa straniero uguale Segretario di Stato italiano. Una prassi, ma non certo una norma.

Non era la prima volta che ciò avveniva in un preconclave. Un copione simile era stato messo in atto nel 1958, alla vigilia dell’elezione di Giovanni XXIII. Dopo la morte, nel 1944, del “premier” di Papa Pacelli, il cardinale campano Luigi Maglione, Pio XII aveva preso l’interim della Segretaria di Stato, che egli aveva già guidato per nove anni prima dell’elezione al soglio di Pietro. Nel conclave che, dopo la sua scomparsa, fu chiamato a eleggere il suo successore, i cardinali offrirono all’allora Patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, il loro voto in cambio della nomina di Domenico Tardini al vertice della segreteria di Stato. Il futuro Papa buono acconsentì alla richiesta dei porporati e la fumata bianca, trasmessa per la prima volta dalla nascente televisione, annunciò al mondo la sua elezione.

Con Jorge Mario Bergoglio la richiesta è stata diversa: ci dovrà essere un chiaro segno di discontinuità con la gestione del porporato salesiano. Tradotto con nomi e cognomi non potrà essere il cardinale genovese Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il clero, “figlio spirituale” di Bertone dalle cui mani, nel 2003, ha ricevuto l’ordinazione episcopale, il prossimo segretario di Stato di Sua Santità.

Dopo la fumata bianca sono due i nomi più forti che circolano nella Curia romana. Il primo, un po’ a sorpresa, è quello dell’arcivescovo toscano Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione per i vescovi e del collegio cardinalizio. Un uomo che ha un ottimo feeling con Papa Francesco, oltre che grande affinità caratteriale: entrambi, infatti, sono dotati di acuta ironia e affabilità. I due si conoscono molto bene.

Per dieci anni, prima di arrivare, nel gennaio 2012, proprio come Bergoglio “dalla fine del mondo” a Roma, Baldisseri ha guidato la prestigiosa nunziatura brasiliana, nell’America latina da cui proviene Papa Francesco. Il suo curriculum e le sue abili capacità diplomatiche sono ben note a Bergoglio che ha visto Baldisseri all’opera con il presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Una carriera, quella dell’ex Nunzio apostolico, costruita tra musica e diplomazia. Il vescovo toscano, infatti, è un grande pianista e ha persino inciso due cd con un repertorio che spazia da Giacomo Puccini a Wolfang Amadeus Mozart, da Heitor Villa-Lobos a Franz Liszt, da Claude Debussy a Robert Schumann, da Pietro Mascagni a Frédéric Chopin. È stato lui, nel conclave che ha eletto Bergoglio, a bruciare le schede dei cardinali nella Cappella Sistina. A lui Papa Francesco, subito dopo aver superato il quorum dei 77 voti, ha donato il suo zucchetto rosso, come vuole un’antica tradizione non sempre rispettata dai Pontefici appena eletti. Un segno eloquente: Baldisseri sarà cardinale al primo concistoro di Papa Francesco.

L’altro nome forte, che negli ultimi giorni di preconclave ha guadagnato molto terreno, è quello del porporato pugliese Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ovvero il “Papa rosso”. “Ministro degli interni vaticano” sotto il duumvirato di Benedetto XVI e Bertone, si racconta che Filoni avrebbe avuto diversi scontri in segreteria di Stato con il porporato salesiano. Il suo impegno attuale rivolto alle terre di nuova evangelizzazione sta portando numerosi frutti, dopo il quinquennio del cardinale indiano Ivan Dias, stimatissimo da Bergoglio, che è seguito a quello di Crescenzio Sepe, travolto nell’inchiesta giudiziaria dei pm di Perugia sugli immobili di Propaganda fide. Filoni, che nei giorni di pre-conclave arrivava in Vaticano alla guida di una piccola utilitaria, offrendo anche passaggi agli eminentissimi confratelli, rispecchia perfettamente il Bergoglio style dei primissimi giorni di pontificato soprattutto in tema di austerità e di vatican spending review.