Quantitè negligeable“. Certo, qualche mese fa Silvio Berlusconi non avrebbe mai usato questa sprezzante espressione francese nei confronti del premier Mario Monti. Ma se ieri, entrando al Senato, ha sentito il bisogno di commentare così la ‘quantità ininfluente’ dei voti montiani, lo si deve senz’altro alle ultime intemerate del leader di Scelta Civica. Ebbene Monti voleva farlo lui il presidente del Senato. E ne ha fatto esplicita richiesta, tanto da mettere in seria difficoltà Bersani. Però, quello che si è visto ieri per l’elezione del tandem Boldrini-Grasso, è in fondo proprio quello che diceva il Cavaliere, cioè che le schede bianche dei montiani – viste anche le posizioni di M5s – ad oggi sono un pacchetto di voti non determinante.

Eppure Monti, nonostante la sua ininfluenza, è deciso a far pesare i suoi voti su altri tavoli: quello del futuro governo, e quello per il nuovo inquilino del Colle. Le trattative febbrili ed i contatti con Pd e Pdl (dal quale il premier uscente e i suoi si sono lasciati corteggiare per l’elezione di Schifani a Palazzo Madama) hanno davvero fatto pensare, ieri, ad un premier in bilico tra l’accordo con Bersani e l’intesa con Berlusconi. Non era così. Tanto che, ad un certo punto, Monti è stato accusato platealmente dal Pdl di aver cercato di giocare una partita tutta sua per ottenere, alla fine, l’agognato Colle: ”Tramite Letta ha fatto sapere a Berlusconi di essere pronto a votare Schifani chiedendo in cambio di aiutarlo a far nascere un governo Bersani e promettendo che ottenuto ciò il Pd lo avrebbe votato per il Quirinale andando così a garantire il Cav, dalla Presidenza della Repubblica”, ha accusato un dirigente pidiellino.

E’ successo così. Che davanti a queste accuse, i montiani sono rimasti amareggiati e perplessi dall’atteggiamento personalistico del Prof, deciso a ritrovare nuovo ruolo nel prossimo scenario politico. E sono andati in mille pezzi. Mentre, infatti, al Nazareno si viveva lo psicodramma di una scelta che si sarebbe potuta rivelare esiziale per il partito, in beata solitudine Monti premeva in modo fortissimo sul Capo dello Stato per raggiungere l’obiettivo. Nessuna possibilità di mediazione, come era stata offerta dal Pd, nessuno dei suoi alla presidenza della Camera; o lui, o niente. Momenti di tensione ed imbarazzo, per questa intransigenza, soprattutto per il chiaro intento che si celava dietro una mossa personale: da presidente del Senato, in caso di prossimo governo istituzionale, Monti avrebbe avuto l’incarico dal Capo dello Stato restando, in questo modo, anche al governo.

Un disegno tutto solitario, cioè non sostenuto neppure dai suoi, ormai spaccati in quattro correnti distinte, da quella di Sant’Egidio capitanata da Riccardi, ai montezemoliani e agli ex Udc, tra cui Lorenzo Cesa che — si dice — sia già pronto a prendere il largo in settimana prossima. Monti, invece, ci credeva. Al punto, si è detto, da farne esplicita richiesta al Capo dello Stato. Che l’ha presa male, però. Molto male. Monti, a quanto sembra, il suo discorso lo aveva preparato bene, con tanto di cartellina con i pareri di fior fiori di giuristi che sostenevano la possibilità di passare, senza colpo ferire, da presidente del Consiglio a Presidente del Senato. E poi, avrebbe aggiunto Monti, il suo lavoro di premier si poteva considerare concluso, visto anche il risultato del Consiglio Europeo. Napolitano ha respinto ogni avance, fatto che ha poi avuto immediate conseguenze sulla tenuta del gruppo al Senato. Adesso Monti pensa in cuor suo essere in corsa per il Colle, ma l’aspirazione, al momento, resta solo personale. Sembra sia certo che Bersani non potrà prescindere, se vorrà provare a governare, dal suo appoggio. Ma intanto, su Twitter, il senatore Pd Andrea Martella, citando De Gregori, fa capire che aria tira: ”Che figuraccia Monti: un campione si riconosce dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…”. Quella che gli è mancata sul più bello, facendolo cadere (definitivamente) tra le riserve, spuntate, della Repubblica.