Si può vivere di sola birra? Sembra di sì, in Sardegna. Provate l’esperienza di avvicinarvi alla vetrinetta di un bar sardo e lo capirete. Se vi va bene, di fresco, troverete solo le brioche della colazione. Altrimenti sarà un proliferare di merendine in cellophane, snack multinazionali e patatine fritte in sacchetto. Di queste ultime se ne annoverano di tre tipi: la prima è di marca continentale, la seconda e la terza prodotte in isola. Per essere precisi l’ultima non è proprio una patatina ma pane “guttiau” in busta. Poi, ma non sempre, c’è l’apparentemente fresco da riscaldare o meno, ovvero dei panini, tramezzini e toast sigillati in plastica.

Poi uno esce dal bar, fa cinque chilometri, ma a volte bastano pochi metri, e vede mandrie di pecore, mucche bellissime e suini al pascolo e si chiede: ma perché nella triste vetrinetta di prima non c’è almeno un pezzettino di formaggio o una fetta di salsiccia da accompagnare al beveraggio? Qui scatta il primo paradosso, perché pare che tutti ma proprio tutti in quel bar, o producono essi stessi insaccati e pecorino, o hanno un parente strettissimo che lo fa e glielo regala. Il secondo paradosso è che non possono vendertelo per norme igieniche, né al bar né altrove. Così dicono.

Però noi ci accontenteremo anche di qualcosa di meno “selvaggio” del formaggio del pastorello dalle gote rosse. Insomma, un prodotto acquistabile anche in supermercato o in un alimentari. Lungi dal voler scomodare l’aperitivo milanese, i “ciccheti” veneti o la “pasticceria salata” siciliana, noi assidui avventori di bar sardi al settimo giro di birra pagheremmo oro un tagliere di specialità locali. Per concludere, torniamo sulle norme igieniche che ci tolgono il sonno. Se si vendono le fresche brioche di cui sopra, perché non si potrebbero spacciare panini imbottiti confezionati al momento o fatti in giornata? Avete forse paura che rimangano invenduti? Impossibile, un ubriaco affamato c’è sempre.

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