Di Hugo Chavez – morto martedì dopo aver perso la sua battaglia con il cancro – si può dire tutto, ma non che non fosse dotato di carisma. Era uno showman nato, irresistibile per alcuni, insopportabile per altri. Lo intervistai all’inizio dell’aprile del 2002, dopo un’anticamera di quasi sei ore a Palacio Miraflores, sede del governo venezuelano. Ero a Caracas per il quotidiano Avvenire e avevo chiesto alla responsabile delle comunicazioni del governo, Teresa Maniglia, un incontro con il presidente. Con astuzia partenopea (aveva origini napoletane), la donna organizzò una serie di incontri pubblici che dovevano preludere a un avvicinamento graduale con il leader bolivariano. Il primo prevedeva una trasferta a Curaçao, nelle Antille olandesi, per l’inaugurazione di una nave militare.

Il caudillo salì sul ponte, violò il protocollo lasciando interdetto lo stuolo di militari che lo accompagnava e si avvicinò, sfoderando armi da seduttore che farebbero impallidire Berlusconi. “L’Italia, che Paese! Ci sono stato da piccolo: mi innamorai perdutamente di una bambina”.

Gli uomini del suo staff lo spinsero a bordo ricordandogli che lo attendeva un discorso da capo di Stato. Chavez improvvisò, com’era sua abitudine. Tra i presenti vi erano anche militari americani. Il presidente si rivolse a un cadetto e accennò qualche parola in inglese: “We are… happy to… “. S’ingarbugliò, quindi optò per una sorta di spanglish. “Well, saludos Kevin!”, concluse tra le risate generali. La domenica successiva l’appuntamento contemplava la diretta di Alò Presidente, una sorta di one man show con il quale Chavez arringava le masse di derelitti dei barrios, i quartieri poveri intorno alla capitale, con torrenziali discorsi sul successo della rivoluzione bolivariana che di lì a poco si sarebbe espansa a macchia d’olio in tutto il latinoamerica.

I diseredati lo veneravano come un Messia. Quell’uomo in camicia rossa e basco di traverso era la loro unica voce. L’unico che avesse assegnato loro un ruolo nella società, che li facesse sentire considerati. C’è chi sostiene che comprasse i voti e mandasse pullmini sin nei barrios più periferici per raccattare manifestanti da sguinzagliare nella capitale all’occasione. Può darsi. E’ prassi in molti Paesi sudamericani.

Ma è fuori di dubbio che il presidente venezuelano possedesse un’oratoria straordinaria – che i detrattori bollavano come demagogica e stantia – e fosse abilissimo a usare il mezzo televisivo (nonché a controllare le sue tivù e a mettere il silenziatore a quelle dell’opposizione). Una sorta di Berlusconi d’ispirazione socialista in salsa caraibica.

Nel mezzo del programma avvertì che quel giorno tra il pubblico vi erano rappresentanti della stampa di un Paese amico: l’Italia. Applausi, abbracci di benvenuto. Poi però non risparmiò l’umiliazione a un collega spagnolo, “portavoce” del “governo fascista” dell’allora premier José Maria Aznar. Lo costrinse ad alzarsi dalla sedia in modo che tutti potessero individuare l’escualido, termine con cui i chavisti designano i “nemici della patria” incarnati dalle classi medio-alte e dall’aristocrazia rurale.

Il giorno convenuto per l’intervista venni convocata a Palacio Miraflores al termine di un pomeriggio afoso. Erano da poco passate le 18. Tempo mezz’ora e il presidente mi avrebbe ricevuto, mi assicurarono. L’intervista ebbe luogo intorno a mezzanotte e terminò alle due del mattino. Chavez era solito convocare i suoi ministri sino a tarda notte, sfinendoli con attese interminabili, con la scusa che a lui bastavano poche ore di sonno.

Il leader bolivariano rispose alle domande con il tono ispirato del salvatore della patria e, quando si parlò delle forze di opposizione, s’infervorò preconizzando trame oscure e possibili rovesciamenti da parte degli escualidos o degli altrettanto insidiosi nemici yankee. La profezia si avverò: dieci giorni dopo il suo governo fu vittima di un golpe. Il liberatore, il rivoluzionario, il caudillo. L’uomo forte che dà voce ai deboli, l’antimperialista amico di Castro e di Morales, il despota e il benefattore. Chavez era un personaggio controverso e sfaccettato che fa venire in mente Limonov, l’eroe del libro dell’anno: un avventuriero, per certi versi un farabutto. Mai mediocre, sino alla morte.