Come può succedere che una giovane donna italiana, nella capitale del suo paese, viva nove mesi di gravidanza in segreto, partorisca da sola, giri con il corpo del neonato nella borsa, per poi infine approdare con una emorragia all’ospedale, dopo aver gettato il feto in un cassonetto?

Il reato del quale la ragazza è accusata è pesantissimo: infanticidio, che potrebbe mutare se l’accertamento sul feto rivelasse di essere stato partorito morto, evenienza che cambierebbe la fattispecie legale, certamente, ma non muterebbe la sostanza della domanda.

Cosa dice, cosa racconta questo orribile fatto di cronaca della nostra società, degli adulti, del livello della sua educazione sessuale, della cultura del rispetto per il proprio corpo e della responsabilità che ne consegue?

Quali percorsi di abbandono, solitudine, emarginazione, ignoranza si sono intrecciati nella vita appena approdata all’età adulta di questa donna, perché ora si ritrovi in una situazione così terribile e desolante?

In un recente episodio della interessante serie tv inglese Black Mirror, che offre spunti di riflessione sui temi della comunicazione digitale e sull’influenza della tecnologia nelle relazioni umane, c’è un episodio nel quale una giovane donna si sveglia improvvisamente in una stanza che non riconosce, e mentre esce in strada e cerca di ricordare quale sia la sua identità è assalita da cacciatori armati: inizia a scappare e si accorge che intorno a lei decine di persone, alle quali chiede aiuto, restano insensibili ai suoi richiami. La folla, semplicemente, sta immobile, a filmare la sua fuga con il cellulare. Una selva umana che assiste allo spettacolo della sua caccia.

Se, per ipotesi, questa donna che oggi è accusata di infanticidio avesse chiesto aiuto, perché non l’ha trovato, nella civile Italia del G20, dell’Europa, dell’occidente?

E’ giusto, e necessario, che la giustizia faccia il suo corso, in questa assurda e tremenda storia, che ha un versante privato e individuale che attiene alla donna in questione e alle sue responsabilità.

E’ urgente e importante però che ci sia anche un livello diverso, che questa volta riguarda la società tutta, nel quale si accolga la domanda dell’inizio, e si provi a trarre qualche abbozzo di risposta e di presa in carico della vicenda, che da privata diventa inevitabilmente collettiva, e quindi politica.

Circa un anno fa, quando una donna laziale uccisela sua neonata, ci fa la proposta dei ginecologi della Società italiana (Sigo) di sottoporre alle donne a rischio di infanticidio lo stesso intervento che si usa per i malati mentali gravi in fase acuta. Cioè il Tso, ovvero il trattamento sanitario coatto, che si traduce nel ricovero forzato in ospedale e nella somministrazione di farmaci, solitamente riservati a malati psichiatrici. La Sigo e l’associazione Strade onlus invocò la ‘linea dura per arginare il dramma delle mamme assassine’. Linea dura, già.

I dati dicono che sono circa 50-75 mila le donne che vengono colpite dalla depressione post partum, un malessere che si sta diffondendo, e che, a parte una limitata casistica relativa a donne che già prima della gravidanza soffrivano di disturbi psichici, può colpire molte neomadri.

Le cause sono molte: l’insufficienza di preparazione e informazione su cosa realmente sia l’esperienza della maternità concreta, al di là dell’immagine stereotipata e veicolata dalla pubblicità televisiva della giovane e bella signora felice e del suo roseo cucciolo con il sederino asciutto grazie al pannolino tecnologico.

Fare da madre ad un nuovo essere umano è il lavoro più complesso e stancante che esista al mondo. Certamente, se la maternità è una scelta consapevole e matura, è anche l’esperienza più straordinaria della propria vita.

Ma la solitudine, l’inaspettata fatica fisica e mentale che comportano l’allevamento di una creatura neonata, mai abbastanza narrate e condivise perché faccende di poco conto nella società che pure sprona le donne a essere madri, sono a volte troppo grandi anche per donne preparate, figuriamoci per quelle più giovani, meno acculturate, o in condizioni economiche precarie: un gran numero di donne, quindi, oggi, in Italia.

Carta straccia è rimasta la raccomandazione del Comitato nazionale di bioetica, che in un parere del 2005 sottolineò la necessità di una assistenza specifica che coinvolgesse la struttura pubblica e mirasse a una prevenzione efficace, raccomandando la ‘sensibilizzazione della figura paterna e dei familiari sia durante la gestazione che dopo il parto’.

Si nasce da una donna perché lei sceglie: sta scritto in un bel manifesto femminista, che celebra così la bellezza dell’essere madre a partire dalla volontà di diventarlo.

Ma la nostra civile società, evidentemente, non riesce ancora a dare spazio reale a questa scelta, che resta un bell’auspicio su un manifesto degli anni ’90.

Per questo, senza abitare in un villaggio desolato dell’India o dell’Africa, una ragazza italiana di 25 anni può trasformarsi in una infanticida.