“I persiani non sono repressi per la loro lingua e la loro cultura, perché l’Iran è una democrazia solo apparente. Ma per gli altri, i non persiani, la dittatura è doppia, perché assieme alla libertà, viene negata l’identità”. Usa queste parole per raccontare la storia del suo popolo e della sua terra Saeed Saedi, dissidente curdo iraniano in esilio.

Saedi è nato nel 1973 a Sanandaj, capitale della regione iraniana del Kordestan, al confine con l’Iraq. Ha studiato letteratura inglese in patria, poi relazioni internazionali a Glasgow. È uno dei più eminenti attivisti della causa curda iraniana, un affare ben poco conosciuto ma che si stima riguardi circa 12 milioni di curdi che vivono in Iran. Il Kurdistan è una enorme regione che dall’est della Turchia arriva fino in Iran, passando per la Siria e l’Iraq, l’unico paese in cui esiste una regione autonoma riconosciuta e amministrata da curdi. Anche Ankara sta facendo passi avanti, riconoscendo l’uso della lingua. L’unico paese che non riconosce neppure l’esistenza di questa etnia è l’Iran.

Così Saeed vive lontano da casa, tra il Kurdistan Iracheno e la Svezia, dove ha sede la Kurdish Human Rights Association, Ong riconosciuta dal governo kurdo-iracheno di Erbil. “Sono stato in prigione 4 volte in Iran. L’ultima volta nel 2011, quando ero redattore capo del Rubar Magazine. Mi hanno arrestato e hanno messo al bando la mia rivista. Ho passato 74 giorni in cella, durante i quali sono stato torturato. Alla fine sono stato liberato per 14mila dollari di cauzione”.

Poi è fuggito nella confinante Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno. Il volto e l’aspetto di un serio uomo d’affari, un inglese fluente e un procedimento in corso, all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, perché sia riconosciuto il suo status. “Media, ricercatori e analisti politici faticano a immaginare cos’è veramente l’Iran” racconta Saeed. Si tratta di un paese composto da diverse etnie che “come quella turkmena, quella azara, quella baluchi e quella bandari, hanno le loro differenti storie, antiche di migliaia di anni, e sono tutte represse da Teheran”.

L’Iran di oggi è dominato dall’etnia farsi, e qualsiasi altra forma di espressione etnica viene repressa. “Questo dominio è basato sulla Velāyat-e faqīh (La tutela del giurisperito, ndr), che impone in Iran il dominio degli ayatollah su tutto, compresa la politica. Tutti, qualsiasi sia la loro etnia, devono obbedire e seguire questo precetto, altrimenti sono contro la rivoluzione e combattono contro Dio”.

Non è una condanna per chi non nasce della giusta etnia, piuttosto un obbligo ad adattarsi alla cultura dominante. “Se sei un persiano è comunque una dittatura, perché la democrazia è apparente, non c’è libertà di espressione o riunione. I persiani non sono repressi per la loro lingua e la loro cultura. Ma gli altri non possono studiare la loro lingua e la loro cultura, per loro la dittatura è doppia perché assieme alla libertà, gli viene negata l’identità”.

L’Iran di oggi nega le etnie sin da quando l’ayatollah Khomeini lanciò una fatwa contro le mire indipendentiste, o meglio “antirivoluzionarie”: da allora sono stati migliaia i morti fra coloro che non hanno rinunciato alle loro origini.

Neppure le rivolte contro il presidente Ahmadinejad del 2005 e del 2009, che pure sembrava avessero squarciato il velo su un paese ammirato e temuto, hanno penetrato le regioni sottomesse. “Quando Ahmadinejad è diventato presidente – racconta Saeed – non ci sono state rivolte in Kurdistan. A Teheran c’erano stati migliaia di morti, e in Kurdistan niente. Questo perché i leader delle rivolte di Teheran sono uguali ad Ahmadinejad per i curdi. Ahmadinejad, Karoubi, gli altri: sono tutti persiani e vogliono che tutti gli iraniani siano persiani”.

L’opposizione curda iraniana ha preso le fattezze di quella turca, sul modello del Pkk che ha trovato in Abdullah Öcalan la sua guida. Il modello che si propone è quello di una confederazione democratica e antinazionale, di un decentramento estremo dei poteri a favore della tutela delle culture. Saeed non si espone e non appare neppure entusiasta, “se e come farlo, non lo so proprio” dice, aggiungendo però di essere convinto che nel mondo arabo gli stati nazionali sono “un modello in crisi”, e che anche ipotesi federali non vanno prese in considerazione perché “Non è possibile unire differenti etnie in un’unica nazione che esprime uno Stato, una lingua, una cultura”.

“La cultura curda è tollerante e comprensiva”, racconta Saeed, persino “I sionisti vennero in Kurdistan, e tornano ancora in queste terre” da dove oggi vivono, Israele. D’altro canto di fianco a Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno, quasi due milioni di abitanti, sorge Ankawa, città cristiana. Nella regione del nord dell’Iraq, convivono senza problemi particolari musulmani sciiti e sunniti, e ancora cristiani e yazidi, esponenti di una delle più antiche religioni al mondo. Vicinanza, non mescolanza, e tanta tolleranza. Chi si inoltra per la Hamilton Road, che mira a nord-est, proprio verso l’Iran, può ammirare una successione dei villaggi impressionante: musulmani, cristiani e yazidi vivono, in pace, a poche centinaia di metri gli uni dagli altri. “Il 90% delle guerre in Medio Oriente sono state in Kurdistan – conclude Saeed – ed è per questo che noi, oggi, vogliamo solo la pace”.

di Niccolò Davini