L’allarme lo ha lanciato alcuni giorni fa il Financial Times. In Europa, ha scritto il quotidiano britannico, si aggirerebbe un esercito silenzioso di imprese clinicamente morte e inevitabilmente improduttive. Veri e propri “zombie” del sistema economico, soggetti che la crisi ha travolto da tempo ma che, tuttavia, sono riusciti a sopravvivere grazie ad una combinazione di politiche monetarie “ultra permissive”, generosi aiuti del governo e discutibili strategie creditizie a cominciare dalla “riluttanza delle banche a svalutare cattivi prestiti (nel senso di non performanti o a rischio insolvenza, ndr) dallo scoppio della crisi a oggi”. In sintesi, una massa di soggetti che vive per sopravvivere, utilizza l’intera liquidità disponibile per ripagare i debiti, non investe e sottrae, inevitabilmente, tutte le risorse utili alla crescita. Contribuendo così alla stagnazione del continente.

I numeri, lascia intendere il FT, sono impietosi. Negli anni Novanta, una fase di recessione caratterizzata da una contrazione del Pil Ue inferiore all’1% si risolse con un’epidemia di default che coinvolse il 67% dei debiti al di sotto del grado di investimento (ovvero con una valutazione al di sotto di BBB-). Nel 2009, con una crescita negativa del 4%, il tasso di default è stato pari al 9%. Oggi siamo scesi al 2,3%. Come a dire che i fallimenti sono sempre più rari sebbene la realtà sia tutt’altro che incoraggiante. Circa 160mila aziende britanniche (il 10% del totale), ricorda il quotidiano, non sono in grado di ridurre i propri debiti. Al tempo stesso 70mila imprese rischiano addirittura di vederli crescere di fronte all’incapacità di ripagare gli interessi. Nel corso del 2011, ha sottolineato Creditreform, il tasso di fallimento delle imprese in Italia, Grecia e Spagna è stato inferiore al 3 per 1000. Nei tre Paesi che più di ogni altro hanno patito la contrazione economica, in altre parole, si è registrata la percentuale di default più bassa d’Europa.

Per il Financial Times, insomma, la questione è relativamente semplice. Una strategia che premia l’inefficienza tenendo artificialmente in vita imprese tecnicamente fallite finisce per danneggiare l’intero sistema. Il pensiero, per il quotidiano britannico, corre al Giappone degli anni Novanta con i suoi “bassi tassi di interesse, la sua politica permissiva e l’incapacità delle grandi banche di far chiudere le imprese altamente indebitate e improduttive che avrebbero contribuito a due decenni di crescita debole”. Un parallelo piuttosto inquietante per l’Europa, visto che da queste parti l’incubo ha da tempo assunto proprio la forma di una prospettiva di ripresa troppo lenta per curare le persistenti ferite della crisi.

La tesi del quotidiano londinese, comunque discutibile per la sua “spietatezza” (un contesto economico già martoriato dalla recessione potrebbe sopportare un’ondata di fallimenti?), si ferma qui. Ma il ragionamento, verrebbe da aggiungere, potrebbe proseguire. Perché i numeri delle imprese “zombie”, in ogni caso, sono per lo meno utili per evidenziare quello che ultimamente appare come un contrasto sempre più clamoroso e sorprendente: il crescente divario tra la ripresa dei mercati finanziari e la perenne sofferenza dell’economia vera e propria.

Nel corso del 2012, ha ricordato di recente il capo economista di Deutsche Bank David Folkerts-Landau, l’indice della borsa di Francoforte, il Dax, ha guadagnato il 28%, quello della borsa di Atene addirittura il 33%. Piazza Affari, da parte sua, viaggia ormai stabilmente sopra quota 17mila punti, un livello che non si vedeva dall’estate 2011. Gli hedge funds che avevano puntato sul calo degli indici americani ed europei, ha evidenziato nelle scorse settimane Bloomberg, hanno chiuso il 2012 con perdite significative. Chi ha scelto l’ottimismo, al contrario, ha vinto a mani basse. L’anno scorso, il gestore di Third Point Offshore Fund, Daniel Loeb, ha deciso di puntare su quella che all’epoca appariva a chiunque come la peggior spazzatura finanziaria possibile: i titoli di Stato greci. Ad oggi il suo fondo ha guadagnato oltre il 20% (mezzo miliardo di dollari) grazie alla clamorosa rivalutazione del debito ellenico.

L’interpretazione è scontata. L’onda lunga delle svalutazioni di borsa e della speculazione sui debiti ha reso il mercato talmente ribassato da diventare attraente per la corsa al rialzo. Il più classico dei rimbalzi. Ma il paradosso, come si diceva, è dietro l’angolo. Perché il superamento dell’emergenza finanziaria, per ora, non ha avuto ricadute sul sistema e l’ottimismo dei mercati finisce per contrastare con l’allarme disoccupazione (secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Eurozona ha raggiunto il record storico dell’11,8%). Come a dire un divario crescente tra il mercato finanziario e la ripresa. L’ultimo e più inquietante degli spread.