Sono trascorsi due anni dalla rivoluzione egiziana che ha posto la parola “fine” alla trentennale dittatura di Hosni Mubarak. Da allora il paese risucchiato nel vortice di una crisi politica, che ha visto per più di un anno e mezzo i vertici militari al potere e poi l’elezione del primo presidente islamista Mohammed Morsi, sembra aver fatto pochi progressi per quanto riguarda la tutela dei diritti umani.

Tra le questioni rimaste in sospeso ci sono i civili processati e condannati dai tribunali militari. La maggior parte di loro sono cittadini arrestati durante i 18 giorni di rivoluzione o nelle numerose e sanguinose proteste di piazza negli ultimi due anni. Secondo dati ufficiali forniti dal Ministero della Giustizia egiziano, 1100 civili condannati dalla corte marziale sono detenuti nelle carceri egiziane ma secondo l’associazione No Military Trials, uno dei gruppi più attivi contro i processi militari, il numero sarebbe molto più alto. “Le tipologie di reato per cui queste persone sono andate sotto giudizio della corte marziale non sono chiare”, spiega al fattoquotidiano.it Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch per il Nord Africa e il Medio Oriente. “Non c’è nessuna legge che faccia chiarezza: si può finire alla corte militare per aver insultato un ufficiale o aver scattato una foto di fronte a una caserma”.

Uno dei casi che recentemente ha fatto più scalpore è quello del giornalista egiziano Mohammed Sabry. Il reporter è stato incarcerato e mandato di fronte alla corte marziale per aver effettuato delle riprese in una zona militare in Sinai, vicino al valico di Rafah. Secondo i dati in possesso di HRW, ci sarebbero diverse decine di persone ancora sotto processo tra cui anche dei minorenni. Per il momento, il governo del leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi ha fatto poco per risolvere la situazione. Il presidente, insediatosi lo scorso giungo, a parte alcune amnistie non ha preso una chiara posizione verso la regolamentazione del sistema giudiziario militare. Anzi, la nuova Costituzione, approvata in un referendum lo scorso mese, fa riferimento esplicito – a differenza della precedente – ai processi militari e li legittima nel caso di “crimini contro l’esercito”.

“Ciò che prevede il nuovo documento costituzionale è molto pericoloso – continua Morayef – non solo per la poca chiarezza sulla tipologia dei reati ma perché la parzialità dei tribunali militari, condizionati dai vertici dell’esercito, comporta una grave minaccia per la tutela dei diritti umani e libertà personali”. Poco sembra essere cambiato dalla precedente dittatura anche per quanto riguarda le torture inflitte dalla polizia. Secondo un report presentato alcuni giorni fa dall’Egyptian Initiative For Personal Rights, dall’elezione del presidente Morsi a oggi ci sarebbero 16 casi documentati di violenza nelle stazioni di polizia: 10 persone sarebbero state torturate e 11 uccise, di cui 3 il 30 giugno, due settimane dopo il giuramento del nuovo presidente.

“La polizia continua a comportarsi come una gang e a ripetere gli stessi comportamenti che teneva durante il regime di Mubarak”, spiega il gruppo nel suo report. Il Ministero dell’Interno egiziano non ha ancora risposto ufficialmente alle accuse ma secondo indiscrezioni citate dal quotidiano di stato Al Ahram, lo staff del ministero avrebbe preso sotto gamba le accuse ritenendole “solo un’esagerazione”. Inoltre, attivisti e organizzazioni internazionali continuano a puntare il dito anche sull’eccessiva violenza utilizzata per reprimere le proteste di piazza da parte delle Forze di Sicurezza Centrale. In molti hanno già chiesto lo smantellamento del corpo speciale (istituito come affermato dallo Human Rights Watch “negli anni 60 dall’allora presidente Nasser per sopprimere la nascente opposizione”) definendolo inadeguato per un paese democratico.