La crisi della terza banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena, diventa un caso nazionale, nonostante il silenzio della politica. Marco Lillo, sul Fatto di ieri, ha rivelato che un oscuro contratto derivato di nome Alexandria ha causato perdite a Mps comprese tra 220 e 740 milioni di euro. Perdite che non figurano (ancora) nei bilanci. Il titolo è crollato in Borsa e l’ex presidente del Monte, che aveva firmato quello e altri contratti simili, Giuseppe Mussari, si è dimesso dall’Abi, la potente associazione delle banche italiane.
Mps ha ottenuto dai governi Berlusconi e Monti 3,9 miliardi di euro, tra Tremonti bond e Monti bond. Un prestito oneroso. Ma che non si sa se e quando potrà restituire. Sembra una nazionalizzazione strisciante. Anche perché il Monte deve ridare alla Banca centrale europea altri 29 miliardi di euro di finanziamenti agevolati. Mps è quindi anche un po’ nostra. Il nuovo presidente Alessandro Profumo sta affrontando l’eredità lasciata da Mussari e dal crollo di un sistema di potere (tutto di sinistra) che si è retto sui fondi elargiti al territorio dalla Fondazione Monte Paschi, azionista e dominus della banca.

A noi restano il conto da pagare e alcune domande.

Primo: l’Italia è in una grave recessione pur non avendo dovuto salvare le sue banche. Cosa succede se alla crisi economica si aggiunge una crisi bancaria?
Secondo: nell’ultima settimana sono emerse le perdite di due contratti derivati al Monte, “Santorini” e “Alexandria”. Quanti altri ce ne sono? E gli investitori si fideranno ancora dei bilanci delle banche italiane?
Terzo: cosa vuol fare la politica? Affrontare il caso Mps significa mettere in discussione il sistema che sostiene il potere italiano da 20 anni: banche spremute per fornire dividendi a Fondazioni gestite da ex politici che usano i soldi per garantire consenso ai loro sodali di partito. Qualcuno avrà il coraggio di occuparsi del problema? Lo avrà il Pd che dal sistema Mps ha beneficiato più di ogni altro? E Mario Monti e i suoi ministri riusciranno a trovare il tempo, tra un comizio e l’altro, per dire qualcosa? O il governo non esiste più?

Il Fatto Quotidiano, 23 Gennaio 2012