Ha dell’incredibile e minaccia di trasformarsi in un cerotto sulla bocca di chiunque faccia informazione la notizia che rimbalza da Ortona dove, lo scorso 16 gennaio, il Tribunale ha condannato il direttore responsabile di un quotidiano online – Primadanoi.it – a pagare 17mila euro, per aver mantenuto online, troppo a lungo, un articolo – corretto, veritiero e non diffamatorio – relativo a una vicenda penale che aveva visto coinvolto un ristorante della zona e i suoi proprietari.

La storia è tanto inverosimile e, ad un tempo drammatica, che merita di essere raccontata dall’inizio.

Il giornale online, nel marzo del 2008, pubblica un articolo relativo ad un fatto di cronaca giudiziaria connesso a una vicenda di carattere penale nella quale un ristorante della zona e i suoi proprietari erano coinvolti.

Nel settembre del 2010, questi ultimi – evidentemente preoccupati, a torto o a ragione, della cattiva pubblicità – chiedono al direttore la cancellazione dell’articolo a difesa del loro diritto all’oblio, senza, tuttavia addurre né il carattere diffamatorio o non veritiero dello stesso.

Il direttore responsabile del quotidiano, ovviamente, rifiuta di procedere alla cancellazione, ritenendo che la pubblicazione dell’articolo continuasse ad essere giustificata dal diritto di cronaca, tanto più che il procedimento penale scaturito dall’episodio era ancora in corso.

I proprietari del ristorante non accettano il rifiuto e si rivolgono al Tribunale di Ortona chiedendo che ordinasse alla testata online la rimozione dell’articolo in questione e la condannasse al risarcimento del danno da violazione della privacy che assumevano di aver sofferto per effetto della protratta pubblicazione del pezzo online.

E’ qui che la vicenda si tinge di tinte fanta-giuridiche che, tuttavia, proiettano un’ombra fosca sul futuro della libertà d’informazione online.

Nel corso del giudizio, infatti, il direttore responsabile del giornale decide – sebbene senza riconoscere nessuna propria responsabilità e solo nella speranza di chiudere così bonariamente la vicenda – di rimuovere l’articolo incriminato.

Tanto, però, non basta ai gestori del ristorante che chiedono e ottengono che il giudizio prosegua e che il giudice si pronunci sulla loro richiesta risarcitoria.

Ed eccola la risposta del giudice: “La facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, molto più dei quotidiani cartacei tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online, consente di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale sia trascorso sufficiente tempo perché perché le notizie divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica, e che quindi, almeno dalla data di ricezione della diffida, il trattamento di quei dati non poteva più avvenire…”.

Straordinariamente e drammaticamente chiara la posizione del giudice: dopo due anni e mezzo – se non prima – il diritto di cronaca deve considerarsi “scaduto” con la conseguenza che continuare a raccontare – anche solo “passivamente”, lasciando online un articolo – una storia, sebbene vera e non diffamatoria, del passato, rappresenta una violazione del diritto di cronaca dei suoi protagonisti.

Banditi, corrotti, corruttori e omicidi di tutta italia, probabilmente, hanno una ragione per gioire.

Editori e giornalisti “ficcanaso” non potranno parlare di loro e delle loro malefatte più a lungo di un paio d’anni e se lo faranno rischieranno una sonora condanna a tanti zeri, come accaduto all’editore e direttore responsabile di “Primadanoi”.

Muovendo, infatti, dal convincimento che l’articolo avrebbe dovuto essere cancellato, il Giudice lo ha condannato a pagare ai due proprietari del ristorante oltre 17mila euro a titolo di risarcimento del danno e rimborso delle spese del giudizio.

Una condanna che ora minaccia la prosecuzione dell’attività della testata e rischia di imporre a molti altri piccoli e meno piccoli mezzi di informazione online di chiudere i battenti perché, evidentemente, non dispongono di risorse economiche idonee a consentire loro di far fronte ad eventuali richieste risarcitorie per aver pubblicato, troppo a lungo – rispetto ad un termine neppure scritto nella legge – un articolo veritiero, corretto e non diffamatorio.

L’idea che il diritto di cronaca scada, rappresenta una delle minacce più pericolose alla libertà di informazione online, una minaccia contro la quale è urgente una presa di posizione forte e autorevole delle istituzioni.

Altro che “Caso Sallusti”. E’ in vicende come questa che Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica dovrebbero mobilitarsi per ricordare che la democrazia è fondata, tra l’altro, sul riconoscimento a tutti i cittadini della libertà di informazione e che nessuno può rischiare di esser condannato a pagare cifre a tanti zeri, per aver pubblicato una notizia vera, non diffamatoria e di innegabile interesse pubblico.

Il diritto all’oblio, in storie come questa, non c’entra nulla e l’idea secondo la quale dopo due anni – ma magari per un altro giudice e in un’altra storia potrebbe trattarsi solo di due mesi – l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto venga meno è nemica giurata del diritto di cronaca e, soprattutto, del diritto alla storia: la nostra letta dalle generazioni che verranno anche e soprattutto attraverso le “tracce elettroniche” che lasceremo di questa sciagurata epoca.