La disperata scelta di Aaron Swartz di lasciare tutto e tutti è rimbombata in ogni angolo del pianeta. Si è impiccato un genio dell’informatica, una mente libera e liberatrice, una sorta di guerrillero dell’indisturbata circolazione della conoscenza.

Due anni fa, nel mese di gennaio del 2011, era stato arrestato come criminale informatico.

Le sue capacità tecniche e la vivacità creativa non farebbe sembrare strano un simile capo d’accusa. Ma avere lo skill dell’hacker non basta per consentire condanne aprioristiche. La notizia delle manette e l’eco della detenzione non sono stati accompagnati da qualche dettaglio in più che avrebbe chiarito all’opinione pubblica il reale quadro della situazione giudiziaria di Aaron.

L’ordinamento normativo italiano, ad esempio, non avrebbe consentito di accusare Swartz con capi di imputazione diversi dalla semplice – pur grave – violazione del diritto d’autore. Swartz era colpevole di aver avuto accesso all’archivio digitale JSTOR del Massachussets Institute of Technology nell’autunno del 2010. Nessuna effrazione, ma solo un ciclopico download di testi e documenti. Un’acquisizione non per uso personale, ma per diffondere all’universo una infinita massa di informazioni e cognizioni. Perché tutti potessero sapere, conoscere, migliorare.

La nostra legge dice che il reato di intrusione telematica si compie nel momento in cui qualcuno viola le misure di sicurezza instaurate a baluardo del sistema oggetto di altrui attenzioni. Se non c’è protezione, non c’è modo di contestare alcunché ai potenziali curiosi.

A voler banalizzare vale la regola della violazione di domicilio. Se ci si sdraia sull’aiuola antistante un villino e non recintata, si deve obbedire a chi ci invita a rispettare la proprietà privata ma non si può finire dinanzi alla corte di un Tribunale per rispondere del reato di cui all’articolo 614 del codice penale (circostanza invece inevitabile se si è scavalcata la ringhiera, si è aperto il cancello o se si è agito con violenza sulle protezioni installate). Così chi – non autorizzato – entra in un sistema informatico, secondo la legge italiana, è imputabile solo se tale sistema è “protetto da misure di sicurezza”.

Aaron Swartz temeva una condanna troppo severa. Qualcuno aveva paventato addirittura mezzo secolo di reclusione. E lui si sentiva solo. Abbandonato.

Ad influire sui suoi stati d’animo una fitta serie di eventi negativi. Non ultimo il presunto tradimento di uno dei suoi migliori amici, Lawrence Lessig.

Lessig lo ha assistito come avvocato all’inizio della disavventura giudiziaria, ma poi ha rinunciato a patrocinare la causa per incompatibilità professionali derivanti da un suo contratto con Harvard. Lo stesso Legging, nel suo blog, ha scritto “ho continuato a seguirlo come amico. Non abbastanza un buon amico, senza dubbio, ma niente che potesse mettere in discussione la nostra amicizia”.

A volte basta poco per precipitare.

E dire che Aaron nel 2002 aveva scherzato con la morte, redigendo la pagina (tuttora online) “If I get hit by a truck”, ovvero “Se finisco sotto ad un camion”, in cui fa testamento.

In quel documento si legge che “esiste un vecchio scherzo tra i programmatori a proposito di chi deve mantenere codici e procedure nella malaugurata ipotesi che il suo autore sia investito da un autocarro”. Aaron spiega che “questa pagina è qui per qualunque ragione io non fossi più in grado per curare i servizi web in corso di erogazione, così che la gente sappia cosa fare”.

E come nelle classiche ultime volontà, Swartz nomina esecutore testamentariovirtuale” Sean B. Palmer, unico – a suo dire – in grado di organizzare certe cose. E lo avvisa senza mezzi termini “e se tu cancelli qualcosa, Sean, ti verrò a prendere dall’altro mondo!”

Il desiderio supremo è che tutti i contenuti dei suoi dischi rigidi siano resi pubblici tramite il suo sito “aaronsw.com”.

“Se mi dovesse capitare qualcosa, vi prego di aggiornare la pagina con un link e predisponete un messaggio di risposta automatica per le mail che dovessero mai arrivare…”

La pagina chiude con un post scriptum in cui si dice “non preoccupatevi, sono ancora vivo”.

E siccome Aaron è ancora vivo, almeno nel cuore di chi lo ha conosciuto, il sito non ha il link richiesto e nessun messaggio robotizzato replica a chi ancora scrive per testimoniare il proprio dolore.

Una certezza è speculare a quel “Oh, mi mancherete tutti!”

Anche Aaron mancherà ai suoi amici, più numerosi di quanto lui stesso potesse immaginare.

umberto@rapetto.it