Credo di aver letto quasi tutto quello che ha scritto e scrive ogni giorno Lidia Ravera. La stimo per il suo cervello, stile, sintesi e simpatia. Pur non avendola mai incontrata, ho una sorta d’affetto per lei come fosse una mia cara amica. Anni fa abbiamo scambiato due parole al telefono su Veronica Lario, di cui avevo preso le difese sul tanto discusso rapporto con il signor B. Non eravamo d’accordo. Ora leggo sul Fatto il suo commento alla sentenza del Tribunale di Milano sulla separazione riccamente pagata alla signora Veronica dal Signor B. E, di nuovo, non sono assolutamente d’accordo sul modo con cui ha trattato la storia.

Prima di tutto per l’irruenza con cui la Ravera ha buttato in grottesco il ruolo di questa donna tradita, mortificata, ricoperta di esagerato disprezzo dal cafone straricco che ora la deve rimborsare con un sacco di quattrini. “E allora di che ti lamenti? Ci sono centinaia di divorzi che finiscono nella miseria, anzi disperazione. Quelli meritano semmai di essere commentati con sentita commozione. Questo della categoria ‘anche i ricchi piangono ma se lo meritano’ che vuoi che c’importi, è degno solo di sarcasmo e pernacchi!”.

Ci manca solo il classico sfottò del tipo: “Hai cercato il nababbo stracarico di potenza e denaro? D’accordo che per lui hai piantato lì un mestiere che ti dava gran soddisfazione… d’accordo che hai dovuto aspettare nascosta in una specie di dépendance come una prigioniera per anni e per di più con un bambino in grembo… beh era una tua scelta. Certo, eri innamorata… anche lui del resto. Alla fine ti sei sposata con l’onore di avere come testimone addirittura Craxi, cosa vuoi di più dalla vita?! Stavi in una villa da sogno e sei rimasta ancora gravida con servitù, cani di razza, giardiniere, là dove fino a poco tempo prima c’era uno stalliere per il cavallo di razza che però non c’era. Sì, lo sappiamo, in verità il cavallante non sapeva niente di cavalli, era un mafioso e ti toccava ospitarlo anche a tavola. Rozzo e dall’aria da criminale. Ma quello era solo l’altrui ricorso di un incidente di percorso!”.

Devo dire la verità, bisogna ammetterlo: hai allevato proprio bene i tuoi figlioli. Lui ti veniva a trovare, si faceva fotografare con la famiglia ogni volta, poi partiva, tornava, altre foto e via! Poi un giorno ecco che scopri che il ‘Principe Rozzo e Bassetto’ è un puttaniere da taverna. Colleziona femmine, ma non si accontenta di una botta e via: organizza festini con l’ammucchiata.

Tu giustamente ne soffri e te ne senti umiliata. Denunci la porcata. Lui chiede scusa in ginocchio, ma poi non può fare a meno di continuare con la sua cavalcata fra le donne di piacere.

A ’sto punto decidi giustamente di chiedere il divorzio… di piantare tutto lì. Non solo per te, ma anche per i figli tuoi.

Ecco qui che, come decidi la sortita, ti piove addosso una tempesta di critiche spietate. Un bel finale meritava l’estremo sacrificio. “Potevi buttarti da una finestra! Terzo piano minimo… o andartene via così come ti trovavi, chissà dove, senza più dar notizia di te!”.

Ma questo di pretendere gli alimenti, secondo la Ravera e altre signore del bon ton, non si doveva fare: “Ma come?! Sei una vittima della brutalità egocentrica del maschio e ti fai pagare? Vuoi la buonuscita?”.

No, una vera signora non lo può accettare. Soffre ma sputa su quell’infame denaro. “Quant’è il benservito che il giudice gli impone a tuo vantaggio? 30 milioni all’anno? No, non raccoglierli! Gli sputi sopra! Li lasci a lui, il gran puzzone, perché li possa distribuire alle sue sgarzoline dell’ultima covata!”.

E tu, tutta sola, tenendo per mano i tuoi tre figlioli un po’ cresciuti, te ne vai e scompari nella nebbia di Macherio come una gran dama. Così ci si comporta se si vuol essere laudate e ammirate.

Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2013