Quando ho terminato di leggere l’ultima pagina ho pensato che Massimiliano Santarossa, scrivendo un romanzo come Viaggio nella notte (Hacca Edizioni) ha messo in atto uno straordinario atto di resistenza letteraria.

Molto spesso mi sono schierato contro le posizioni di autori e recensori che considerano la letteratura popolare come una forma di piacevole evasione. Lo trovo umiliante e suicida. Se un libro mi fa evadere prima o poi qualcuno mi riprende e mi riporta dietro le sbarre. La funzione del testo scritto, secondo me, deve essere di liberare il lettore. Nessuno può e deve più riprenderlo. È questo che fa Santarossa con la sua potente e magnifica storia, con rabbia e coraggio riesce a liberare chi legge. Mette in pratica, appunto, un atto consapevole di resistenza letteraria, e lo fa per portare lontano noi lettori. Ci regala una riflessione, più riflessioni. Ci restituisce la rabbia e ci apre una porta. Bisogna fare i conti con il dolore, e con il coraggio.

Viaggio nella notte descrive in maniera reale l’ultima terribile giornata della vita di un giovane operaio del Nordest italiano. Ultimo fra gli ultimi, un disperato fra i più disperati, un uomo povero, attorniato da altri poveri, poveri di valori, disposti a buttarsi via. Lavoratori diventati schiavi, bestie, schiacciati da un sistema incapace di fermarsi per rendersi conto dello scempio ecologico e sociale che lo sviluppo economico e il benessere di pochi ha creato.

 

Come ha scritto esaustivamente Gian Paolo Serino: “Un viaggio esistenziale nei luoghi dell’estrema periferia italiana, deturpata e divorata da capannoni industriali, grattaceli fatiscenti e semi abbandonati, campi colmi di schiuma oleosa e alberi che sembrano lanciare un urlo muto verso un cielo metallico, strade divelte dove nemmeno l’asfalto pare avere più consistenza. Il giovane protagonista del romanzo, camminando tra i luoghi della propria vita, affronta senza mai indietreggiare la memoria che ritorna, il ricordo di ciò che erano i suoi luoghi, le visioni dei tanti amici perduti, la fatica del lavoro in fabbrica, e in ultimo gli istanti d’una scelta definitiva. Un viaggio assoluto e senza ritorno dentro le periferie dell’anima, luogo simbolo del disfacimento territoriale e morale dell’Italia dei giorni nostri”

Il romanzo di Santarossa racconta le perdite di una vita: la famiglia, l’amore, Dio (figura centrale in quel Friuli deturpato che fino a sei o sette anni fa era forse il territorio più ricco d’Europa) e, ovviamente, la perdita della speranza. Facendolo, mette in guardia, ci dà un avvertimento, ci dice quali possono essere i valori che possiamo perdere continuando a sostenere, a subire, a sopravvivere in questo sistema malato e alienante.

L’ho provato sulla mia pelle e lo provo anche ora quello che l’autore narra nel libro, certo, non vivo nel Friuli industriale, vivo nell’Emilia dei capannoni, a ridosso di un polo petrolchimico, dove il sogno delle cooperative rosse è tramontato da troppo tempo perché qualcuno ancora se ne ricordi. Per sopravvivere faccio un lavoro umile e senza sbocchi, le lauree inutili e inutilizzate, un ambiente chiuso e arrogantemente ignorante, e questo libro che non lascia speranze me ne ha date tantissime. Mi ha fatto bene. Mi ha liberato, mi ha fatto rivalutare il concetto di disperazione, che, in fondo, non è altro che dignità del coraggio.

Forse c’è un po’ di Luciano Bianciardi, forse un po’ del Nanni Balestrini de Vogliamo tutto o dell’ultimo Albert Camus, ma soprattutto c’è tanto Santarossa, con la sua personale tenerezza rabbiosa, la sua crudeltà necessaria, la sua capacità, notevole, di raccontare l’ora, l’adesso, il presente. La rara dote di dare voce alla figura della disperazione contemporanea, in un mondo letterario che sempre più si allontana dai contenuti per inscenare stupidi party televisivi privi di sostanza e di rivolta.