C’è un pezzo, non secondario, della guerra fredda tra Israele e Iran che si gioca nel Corno d’Africa. Più precisamente in Eritrea. L’ex colonia italiana, secondo un rapporto di Stratfor, rivista specializzata in temi di intelligence e sicurezza, diffuso ieri è al centro di un braccio di ferro tra Tel Aviv e Teheran. Entrambi i paesi hanno piazzato nel paese, grande un terzo dell’Italia e con circa 5 milioni di abitanti, le proprie pedine. Secondo Stratfor, l’Eritrea, governata dal 1993 – anno dell’indipendenza dall’Etiopia dopo una pluridecennale guerriglia di liberazione – dal presidente Isaias Afwerki, ha cercato di differenziare le proprie scarse alleanza per proteggersi da quella che secondo il governo dell’Asmara è, con qualche ragione, la minaccia rappresentata dalle mire espansionistiche etiopi. In questa partita, il regime di Afwerki che non ha mai tenuto elezioni democratiche da quando è salito al potere, ha scelto di barcamenarsi tra una politica estera quantomeno ambigua. Per l’Onu, il governo eritreo ha appoggiato gli Al Shabab somali, in funzione anti-Etiopia e continua ad essere un elemento di forte instabilità nella regione. Eppure, negli ultimi tempi, Afwerki ha iniziato a muoversi in un dedalo di alleanze e appoggi più o meno espliciti, usando a proprio favore la concorrenza tra le potenze regionali. Stratfor riassume così: “Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo paese africano. L’Iran ha fornito armi e sta addestrando i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati lungo la costa eritrea. Questo ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, perché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”.

Le cose, però, stanno complicando. Nelle montagne eritree sono stati trovati giacimenti di oro e soprattutto di uranio che interessa moltissimo agli iraniani. Nel 2008 l’Iran mantiene una piccola presenza militare per proteggere, in base ad un accordo con il governo dell’Asmara, la raffineria di Assab e nel 2009 – in cambio del sostegno al programma nucleare iraniano – la Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran, oltre all’uranio, è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla uno dei “colli di bottiglia” del traffico marittimo internazionale, lo stretto di Bab el Mandeb, che chiude il Mar Rosso. Con un dito sullo stretto di Hormuz e uno su Bab el Mandeb, l’Iran potrebbe essere in grado di bloccare due delle più importanti rotte commerciali mondiali, soprattutto per il trasporto di greggio.

La presenza iraniana non è passata inosservata, naturalmente. E secondo Stratfor, “Israele ha una presenza piccola ma significativa” in Eritrea, che si concretizza in una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco per piccole navi nell’arcipelago delle isole Dahlak. L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe innanzi tutto quella di tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però inimicarsi altre relazioni importanti per la politica africana di Israele, come quella con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, gli attracchi alle isole Dahlak sarebbero usati dai sottomarini della marina israeliana nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.

In realtà, l’Eritrea sta diventando molto affollata. Nella primavera scorsa, si erano diffuse voci di una malattia di Afwerki, che il 28 aprile ha rilasciato un’intervista alla tv di stato smentendole. E’ bastato il sospetto che il capo, 66enne, potesse essere sul punto di farsi parte per alimentare speculazioni sul futuro del paese, a rischio implosione sia per le condizioni economiche molto difficili, sia per la gestione del potere da parte del presidente che ha tacitato ogni dissenso, imposto il servizio militare obbligatorio permanente e mantiene il controllo del paese con pesanti violazioni dei diritti umani e un controllo pervasivo della società come si può leggere anche nel rapporto annuale di Amnesty international.

Secondo un’informativa riservata dell’intelligence italiana, risalente a qualche mese fa, nel paese non ci sono solo iraniani e israeliani: i cinesi si sono affacciati e, da Gibuti, statunitensi e francesi controllano attentamente quello che succede. Così come fanno le squadre navali della Nato e dell’Ue che pattugliano Bab el Mandeb e le acque del Golfo di Aden grazie alle missioni anti-pirateria. Il rischio di incidenti imprevedibili aumenta di conseguenza. 

di Enzo Mangini