Pier Luigi Bersani stravince le primarie di centrosinistra, batte il giovane sfidante Matteo Renzi e si prepara per la corsa a premier. Ma chi è questo leader fuori tempo, entrato nella modernità non grazie ai tweet o alle trovate di marketing pubblicitario ma alla concretezza delle metafore contadine e della preparazione acquisita sul campo? “Non è una persona cattiva, forse quando sarà ora il buon Dio darà un posto uguale a un comunista come a un democristiano, se è una persona per bene”, spiegò la madre, maestra elementare, quando le chiesero come accettò, in una famiglia fortemente cattolica, quel ragazzo che già iniziava a organizzare scioperi e comizi in paese.

Bersani nasce a Bettola il 29 settembre 1951. Un paese della comunità montana in provincia di Piacenza, 3mila anime nella media val Nure, diviso dall’omonimo torrente: “Ognuno ha il paese che si merita – ha spiegato lui stesso – è un luogo di antichi mercati, bar, osterie, socializzazione. Il fiume poi, la morosa l’ho trovata al di là e per me era già una conquista. Allora non mi sembrava si potesse fare a meno del fiume”. Bettola sono soprattutto le sue origini: “Io son sempre quello lì” si era affrettato a dire durante l’apertura della campagna elettorale dal distributore di benzina del padre Giuseppe, “da quando mi gli amici mi chiamavano la pecora rossa”.

“Pier Luigi è stato un bravo chierichetto, poi era diventato comunista”. A fatica riuscì a pronunciare quella metamorfosi, don Vittorio, parroco che subì la prima manifestazione del suo cambiamento: “Abbiamo organizzato il primo sciopero contro la distribuzione di mance in parrocchia – ricorda il segretario Pd – non mi sembrava equo. Il parroco riteneva di non dare dei soldi in mano ai bambini. Così, nella funzione di maggio, ci siamo svestiti e messi in fondo alla chiesa, con tutti i fedeli che ci guardavano scandalizzati”.

Dopo aver frequentato il liceo a Piacenza, si è iscritto all’università di Bologna dove si è laureato in Filosofia, con una tesi su San Gregorio Magno: “L’ho studiato per capire come uno riuscisse a impiantare una organizzazione come la chiesa avendo alle spalle la filosofia agostiniana, dove sembrava difficile da ritenere che si potesse ricavare concretezza”.

Sono gli anni ’60 e a Bologna c’è fermento, soprattutto a sinistra. Pier Luigi è qui che inizia la scalata in politica. Tra i fondatori di Avanguardia operaia se ne distacca presto: “Non ero un capellone, non facevo l’amore libero. Mi interessava la rivoluzione e loro non mi parve volessero questo”, e nel ’66 il suo impegno lo porta persino a Firenze, nella città dove Renzi ancora non era nato,  per partecipare assieme ai tanti “angeli del fango” al salvataggio delle opere d’arte dopo l’alluvione del 4 novembre.

Nel 1980 sposa Daniela Ferrari, “la ragazza che conobbi al di là del fiume”, farmacista con la quale ha avuto due figlie: Elisa e Margherita. Nello stesso anno cominciano gli incarichi di governo. Eletto consigliere regionale, assume ben presto il ruolo di assessore. Dieci anni e scala posizioni, con passo da montanaro, senza fretta ma con testardaggine. Nel ‘90 è vicepresidente e nel ‘93, in piena stagione Tangentopoli, diventa presidente dell’Emilia Romagna.

Che Bersani non sia il nuovo ma, come lo hanno definito, “l’usato sicuro” lo dimostrano persino gli slogan. Già allora, per presentarsi in Regione, disse: “Sono fiero di non aver mai lasciato le cose come le ho trovate”. Stessa frase pronunciata nell’appello al voto, su Raiuno, nel confronto con  Renzi. Rieletto nel 1996, lascia per la chiamata dell’allora premier, Romano Prodi che lo vuole al ministero dell’Industria. Nel ‘99 è ministro dei Trasporti e dopo la vittoria del 2006 dello Sviluppo economico.

Nel 2009, la disfatta del centrosinistra alle elezioni dell’anno precedente, con le dimissioni di Walter Veltroni, portano Bersani a partecipare alle primarie del Partito Democratico. Vince, sfidando, il “traghettatore” Dario Franceschini e Ignazio Marino e viene eletto segretario nazionale.

La svolta, paradossalmente, non è solo grazie alla politica. Fino ad allora Bersani è considerato un “tecnico”, viene accusato più volte di non avere l’appeal del leader, mentre la stampa estera lo definisce poco più che “un ex comunista masticatore di sigari”. E’ la satira, come spesso accade, a elevarlo a icona. Maurizio Crozza, con le sue imitazioni rimarcare l’efficacia del bersanese. Una lingua colloquiale, che ricorre a metafore, con andamento di proverbio, che evocano la saggezza popolare, profonda mentre è spiccia, dell’uomo dalle “scarpe grosse e il cervello fino”. Imitato, Bersani si reinventa, non disdegna di riutilizzare le battute del comico genovese durante dibattiti o comizi e le sue parole sembrano concrete e simpatiche nello stesso tempo. Una volta, in piazza del Pantheon davanti a tutta Italia, Bersani esordisce così: “Ragassi…abbiamo smacchiato il giaguaro”, citazione corretta dell’aforisma crozziano “Oh, ragassi, siam mica qui a smacchiare i giaguari”. 

Così i modi di dire delle origini, dei bar, delle osterie, entrano nella campagna elettorale: “Il consenso è come una mela sul ramo: balla, balla ma cade solo se c’è il cestino”, o per spiegare come uscire dalla crisi economica: “Facciam l’amalgama”, per riunire il Partito Democratico “a forza di cacciavite”, o le sconfitte elettorali alle regionali: “Siamo rimasti col due in mano”.

Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra e la strada appare spianata per le politiche del 2013, nonostante “voliamo bassi e con le orecchie a terra che i nemici non ci mancheranno”, ripete come un mantra. Ha vinto una Italia che sembrava scomparsa, dopo il ventennio berlusconiano e l’incomunicabilità della sinistra “che mi aveva insegnato a parlare ostrogoto”, ricorda. Oggi ha vinto Pier Luigi Bersani perché “il buon Dio darà un posto uguale a un comunista come a un democristiano, se è una persona per bene”.