Neanche il tempo di arrivare in libreria e “Antonio Ingroia – Io so“, il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza edito da Chiarelettere, è già oggetto di pesantissime accuse. Il primo a contestare il contenuto del volume è Vittorio Sgarbi, che si è rivolto ad Alessandro Sallusti e Silvio Berlusconi per invitarli alla mobilitazione contro le considerazioni diffamatorie su Forza Italia espresse dall’ex pm Antonio Ingroia nel libro. Sgarbi ci va giù pesante, come suo stile, e addirittura chiede ai fondatori di FI di firmare un appello al Presidente della Repubblica per chiedere “l’incriminazione, per attentato alla democrazia (oltre alle derivate denunce per diffamazione) di Antonio Ingroia e dei giornalisti Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco che ne sono il megafono, per le interviste contenute nel libro”.

Il critico, poi, scende nei particolari della sua denuncia. Partendo da un paragone fondato sull’attualità: la diffamazione di Ingroia sarebbe ben più grave di quella per cui è stato condannato Sallusti. Perché secondo l’ex sindaco di Salemi, la ricostruzione della ‘terza parte’ della Trattativa da parte di Ingroia, oltra a essere “fantasiosa” è anche “una falsificazione e una menzogna che infama tutti i militanti e gli elettori di Forza Italia”. Insomma, secondo il critico d’arte si tratta di un attacco alla democrazia: “Se si consente – argomenta Sgarbi – che un magistrato faccia circolare in un libro queste considerazioni assolutamente diffamatorie sull’origine di un partito, con la complicità di due giornalisti notoriamente schierati, si mina alle basi la democrazia, la dignità degli eletti e degli elettori, e non si può rifondare alcun partito”. Infine l’appello: “Si sveglino Berlusconi e Sallusti, iniziando una raccolta di firme contro questo orrore”.

Qual è questo orrore? E’ lo stesso Sgarbi a ripeterlo, riportando le parole testuali dell’ex procuratore aggiunto di Palermo. Che dice: “E’ la terza parte della trattativa, iniziata nel ’92 con il generale Mori, poi avallata nel ’93 dai massimi esponenti istituzionali come Scalfaro, Mancino e Conso, e nel ’94 infine consacrata con la decisione di Berlusconi che acconsente a offrire la sua copertura politica: niente più guerra a Cosa nostra. Da questo momento in poi l’organizzazione criminale non può che ricavare numerosi vantaggi dalla mitezza dello Stato nell’azione di contrasto alla mafia. Il riscontro di questo accordo è contenuto nella legislazione nazionale che da quel momento appare coerentemente orientata a favorire costantemente gli interessi mafiosi. La trattativa, come patto di massima, si chiude nel ’94. Quello siglato da Berlusconi è un patto di tregua, di non belligeranza, non si sviluppa come il ‘papello’ di Totò Riina con dei punti specifici. E’ una dichiarazione di disponibilità da parte dello Stato ad accogliere vie d’uscita pacifiche per risolvere la questione mafia”.