Il Dna e la passione per il Milano. Sono questi due sentieri investigativi che hanno portato gli uomini della squadra Mobile al primo uomo della banda che poi è risultato esserne anche il capo: Francesco Leone. Inizia con un “mozzicone marca Camel” l’indagine genetica degli investigatori della Polizia scientifica. E’ stato determinato il Dna di chi era in agguato sulle scale dell’appartamento di Giuseppe Spinelli, il ragionier di Silvio Berlusconi, sequestrato insieme alla moglie per una intera notte. L’altro tassello è il Dna trovato su tappi di bottiglia all’interno della casa delle vittime. E gli “accertamenti biologici” posizionano Leone, l’uomo considerato il capo del gruppo in casa Spinelli.  ”Appare da subito quale capo” della banda e “così viene percepito – scrive il gip nella sua ordinanza – dalle stesse persone offese che lo indicano nella persona che è arrivata a casa loro a sequestro già avviato e che indossava scarpe rosse con lacci neri”. E che quella persona fosse proprio Leone lo prova “il rinvenimento nell’alloggio di Spinelli di tracce biologiche a lui riferibili con certezza assoluta”: infatti “il suo Dna è stato trovato su un tappo di bottiglia repertato nel salotto delle vittime”. Gli investigatori hanno poi raccolto, per confrontare il Dna, altre prove in un fast food e in un ristorante. 

L’altro elemento che inchiodato Leone sono quelle scarpe da tifoso. Tra le prove c’è anche ripresa di una telecamera di sorveglianza in cui appare con delle scarpe rosse e lacci neri, descritte dalle vittime del sequestro. La sua passione per il Milan lo ha portato a essere fotografato, nel corso delle indagini, proprio allo stadio Meazza, durante una partita. Originario di Bari, classe 196, è pregiudicato. Negli anni ’90 si rese protagonista del sequestro di un militare dell’Aeronautica che doveva permettergli di penetrare nella banca dell’aeroporto di Ciampino. Arrestato, iniziò a collaborare con le forze dell’ordine ma nel 1996 lasciò il programma di protezione.  Negli atti del processo “Conte Ugolino” al clan Di Cosola, Leone diceva di essere affiliato a quell‘associazione mafiosa fin dal 1983 e di aver guadagnato i gradi di “camorrista“, “sgarrista” e infine “santista”. Diceva di essere responsabile, per l’organizzazione criminale, del quartiere Carbonara di Bari. Il 15 febbraio 1993 riuscì ad evadere dal carcere di Turi dove era detenuto per una rapina da 1 miliardo di lire alla Cassa di Risparmio di Puglia. Nel processo in cui è stato condannato a un anno di reclusione, con sentenza divenuta definitiva del 1994, Leone era accusato di quattro rapine in banca a mano armata in istituti di ceduto di Valenzano, Bari, Apricena e Bitritto, per oltre 1 miliardo e 500 milioni di lire complessivi, altre cinque rapine, sempre a mano armata, in altrettanti uffici postali di Noicattaro, Rutigliano, Loseto, Bitonto, Palagianello, Adelfia tra giugno e novembre 1981 con bottini per complessivi 37 milioni di lire.