“Si tratta di una penosa equazione: il potere costituito reagisce al disaccordo con le botte, il problema è che le botte rafforzano il disaccordo“. Questo il commento sugli scontri di ieri fra polizia e manifestanti che Erri De Luca rilascia al fattoquotidiano.it, dopo la presentazione del cortometraggio  Il turno di notte lo fanno le stelle tenutosi al cinema Lumière di Bologna.

“Vi vedrete mezz’ora di cinema gratis e ve ne andate con un pacco di pasta in omaggio da uno sponsor”  è la promessa,  invitante e anche un po’ inquietante, di Erri De Luca all’inizio della presentazione del corto ispirato ad un soggetto/racconto di De Luca stesso e diretto da Edoardo Ponti.

Cechov sosteneva che alla fine e alla base di ogni grande racconto ci sono solo due grandi poli: «Lui e lei» e proprio da questo elementare e infinito trampolino si tuffa il corto di Ponti. La trama. Un uomo e una donna si sono incontrati nel reparto di terapia intensiva che precede un intervento a cuore aperto per entrambi. Si sono dati coraggio promettendosi una scalata in Dolomiti per inaugurare il secondo tempo della loro vita. Il film racconta il loro tentativo di mantenere la promessa risalendo insieme il vuoto di una parete.

Ponti dirige  –  bene – in montagna e in parete Nastassja Kinski e Enrico Lo Verso che scalano senza avere mai toccato roccia prima delle riprese. Il miglior effetto speciale è la totale assenza di effetti speciali;  i protagonisti usano gli occhi per guardarsi, le mani per aggrapparsi alle rocce, le braccia per stringersi una volta scalate le vette e i sogni per salutarsi. “Niente trucchi da quattro soldi” direbbe Carver.

Incontriamo per la prima volta i due personaggi fuori da un ospedale mentre si salutano, li lasceremo sulle Dolomiti, nuovamente a dirsi addio. In mezzo a questo, prende forma una specie antica e inossidabile di amore, quello per gli sconosciuti che, nel dolore, diventano gli specchi più sinceri della nostra vita.

La vera guarigione è un dono custodito dagli estranei. «Un racconto poetico? – prende la parola De Luca  – Mi sta bene, a patto che sia la poesia che io intendo, non quella delle serenate bensì quella che nel Novecento ha rappresentato il format di combattimento della letteratura». E passa a spiegare la genesi del titolo  «Un amico poeta di Sarajevo – Izet Sarajlić – mi ha raccontato che durante il conflitto  jugoslavo certe sere le persone uscivano dalle loro case con la sedia in mano, si mettevano in strada e leggevano poesie. Ne avevano una necessità fisica di quella bellezza per reggere al tempo di guerra. E così il mio amico mi ha detto “E allora non siamo stati forse noi poeti quelli che han fatto il turno di notte per impedire l’arresto dei cuori del mondo”? Il titolo del racconto (Il turno di notte lo fanno le stelle) è mutuato da quella domanda».

Per evitare ogni effetto acquarello chiarisce di che montagna stiamo parlando «Una montagna che non ha aperto le sue finestre alla luce da cartolina, ma che ci si è mostrata per la sua sincera e tremenda cupezza.  L’alpinismo è l’ultimo paragrafo della geografia».

Colpiscono i rimandi all’ostilità della montagna ed è de Luca stesso a sentire l’esigenza di spiegare in che modo essa maneggia il dono di spaventarci  “Torno ancora ai ricordi del conflitto in Jugoslavia, ricordo un campo medico a Mostar nel quale i chirurghi operavano – durante i bombardamenti – in perfetta concentrazione. Appena terminavano le operazioni, alla prima esplosione di una bomba, trasecolavano terrorizzati. Per la troupe di questo film è stata la stessa cosa, appena smettevano di girare si rendevano conto di dove si erano arrampicati, e partiva il terrore…”.

Prende la parola Ponti che spiega come quel terrore dovesse essere solo una questione privata della troupe, mentre a noi toccava solo goderci il paesaggio   «La sfida questo film era prima di tutto fisica, eravamo appesi alle verticali – racconta il regista  – una scena addirittura l’abbiamo girata sopra una telecabina…».

E nel descrivere il suo approccio al soggetto di De Luca ne delinea la fedeltà al metodo narrativo dell’autore    «Ho provato a girare il film come Erri scrive i libri, a fare dell’essenzialità, mai una parola di troppo, lo strumento narrativo principe. Adoro l’economia delle inquadrature».

«Però al cinema contemporaneo italiano”, aggiunge De Luca, “forse mancano nuovi grandi produttori coraggiosi, il nostro grande passato cinematografico si basava sul coraggio di questi pionieri» (Ponti, in tal senso, non è un cognome qualsiasi…).

«Un altro problema però – prende la parola Ponti  – è che in Europa c’è un eccessivo culto dell’autore, i registi tendono a circondarsi di gente che li accontenta e liscia in tutto e per tutto i loro desideri. Negli USA, forse eccedendo nel senso opposto, un regista difficilmente può opporsi a modifiche o indicazioni della produzione; come sempre la verità sta nel mezzo. I nostri film però, è bene ricordarcelo, devono essere un omaggio al pubblico, non a noi stessi».

Terminato l’incontro, scambiamo due battute con lo scrittore napoletano che ci parla di un suo nuovo lavoro La doppia vita dei numeri , un testo teatrale (uscito anch’esso per Feltrinelli) che altro non è che  «Il verbale di un capodanno napoletano – ci spiega l’autore –  mentre fuori Napoli carica le batterie per la pirotecnica finale, in una stanza giocano a tombola in due, fratello e sorella, ma apparecchiano per quattro. E le presenze arrivano, è l’ultima possibilità di incontro fra genitori e figli.  Di solito, con gli assenti, ci si incontra in sogno, io al sogno aggiungo la letteratura».

Nel chiacchierare si approda all’attualità e agli episodi violenti, gli scontri di ieri fra manifestanti e polizia.  De Luca scandisce il tono e fissa lo schermo spento del cinema come se stesse vedendo ciò che sta per dire «Si tratta di una penosa equazione; il potere costituito reagisce al disaccordo con le botte, il problema è che le botte rafforzano il disaccordo» .

Il giudizio sul governo Monti ce lo affida alzandosi dalla poltrona del cinema, salutandoci col sorriso quieto degli uomini che non temono le brutte notizie  «A dispetto del nome, quello di Monti è un governo di pianura, piatto e pianeggiante, scordiamoci le vette. Non è così che arriveremo in alto» .