Chi vive di passato si scordi la bomba proletaria. Francesco Guccini, 72 anni, oggi è un signore di montagna. E la rivoluzione gliel’hanno più appiccicata addosso gli altri, ma non ci ha mai creduto. Di sinistra, certo. Quello lo è sempre stato. Ma in un senso molto ampio del termine: la sinistra sono i bagni di ragazzino nel Limentra, il fiume sull’Appennino che attraversa Pavana e Sambuca, gli stenti di una guerra che era ancora dietro l’angolo, le visioni da Modena a Bologna, la città che negli anni Settanta, quando arrivò, era tutta un’altra cosa rispetto a quella di oggi. La sinistra di Guccini è l’amicizia, le osterie. Sono le gare in ottava rima, poesie a braccio, contro Umberto Eco e Roberto Benigni: “Eco era imbattibile, ovviamente. Ma io me la cavicchiavo, lo mettevo in difficoltà. Benigni finiva che la buttava sul volgare”. La sinistra è anche Vito, l’osteria a due passi da via Paolo Fabbri 43, fuori porta San Vitale, quartiere Cirenaica, un tempo culla di Guccini, ma anche Francesco De Gregori, Ron, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni e Fabrizio De Andrè, che una sera “volle ripartire a tutti i costi per Genova, ma si fermò con la sua Dyane” contro il primo albero. O quella volta che entrò uno Stefano Bonaga trafelatissimo, per dire che di un incendio e “corremmo e Gregory Corso, che era lì con noi, si mise a declamare versi di fronte a fiamme alte dieci piani, in preda a uno dei suoi momenti di follia alcolici”.

Negli anni anche quella zona fuori porta è cambiata. Si è imborghesita. Quel che resta della Lega Nord ha organizzato non più di due settimane fa una ronda contro i furti negli appartamenti. Erano in tre, compreso l’organizzatore. Ma una decina d’anni fa solo a pensarla una cosa del genere, in una città multicolore, multiforme, polifonica e poliedrica, sarebbe stato di per sé già un reato. Cambiano i luoghi, non la sinistra del dottor Guccini, un paio di lauree honoris causa, qualche milione di dischi venduti, cantante e autore che riempie ancora i palazzetti dello sport. Quattordicimila persone, a dicembre dello scorso anno a Bologna. De Gregori oggi se riempie una sala con mille è molto, Dalla è corso a fare musica altrove, Vecchioni ha esaurito i momenti di vena creativa, Fossati ha smesso prima che si esaurissero. È rimasto lui, il maestrone, come lo chiamano a Bologna. Qualche lampo qua e là di signori sempre un po’ attempati, ma la canzone d’autore oggi è morta, sepolta, e chissà quando e se risorgerà. La scuola genovese è finita da un pezzo, quella emiliana regge l’anima coi denti, intorno c’è il deserto.

Crisi di idee o di soldi. Guccini non ha dubbi: “Soldi, mancano quelli. Il mio primo disco che ha venduto, non ricordo ormai quanti anni fa, fu Radici. Era il quarto. Gli altri tre andarono malissimo. Ma i tempi erano diversi. Bastava un cavallo che corresse e nasceva una scuderia di giovani puledri. Oggi non c’è nessuna casa discografica che metta minimamente una cosa del genere in conto. Succede l’inverso. Il primo disco di un giovane vende, se il secondo va così così, al terzo non arriva. Ha già finito la carriera. Allora non era questo. La canzone d’autore era altra cosa. Ma non dite per favore che non esiste: è invecchiata, magari, ma io continuo a far dischi, De Gregori e Vecchioni anche. Di cose buone ne escono”.

Bologna negli occhi di Guccini è un ricordo. Via Paolo Fabbri 43 è diventato un pied à terre dove compare di rado, una o due volte l’anno. Da giovane i vicini di casa lo chiamavano professore. Tutte persone anziani, vecchi bolognesi, educati, colti, gentili. “Scrissi Il Pensionato ispirandomi al mio vicino. Quello che abitava al civico 45. Un giorno esco di casa e la signora che abitava cinque metri più avanti mi dice: ‘abbiamo saputo che ha scritto una canzone sul signore del 45. La prossima tocca a noi del civico 47’. Ovvio, rispondo sorridendo. La mattina dopo squilla il telefono alle sei e mezzo. Io, che allora tiravo tardi, forse mi ero addormentato da mezz’ora. Era la signora che avevo incontrato la mattina. ‘Mi scusi professore, ma ci abbiamo pensato. Non abbiamo piacere che scriva una canzone su di noi, se potesse non farla saremmo contenti’”.

Era Bologna, grassa, provinciale, accogliente. Oggi Guccini abita a Pavana e per incidere l’ultimo disco ha fatto montare lo studio di registrazione nel mulino che la sua famiglia si tramanda da generazioni. Ma non è un vezzo da rockstar. Si chiama pigrizia. Volete il disco? Lo facciamo a casa mia. Nello stesso mulino, negli anni, hanno sempre provato i concerti, ma la registrazione ha bisogno di altre apparecchiature, è diventato un trasloco imponente. “Sì, Bologna non la frequento più da dieci anni, ormai. Vito, il locale fucina, non è più Vito. È rimasta solo un’osteria. Sempre piena di gente, ma musica non se ne fa più. Ma credo che comunque in giro ce ne siano locali dove ancora c’è gente che suona. E da lì potrebbero nascere i nuovi cantautori. Mi arrivano a casa decine di cd, non li ascolto tutti, ma sento cose buone. Sono rimasto il solo ad ascoltarli, i discografici non lo fanno. Più facile che peschino qualcosa dalle trasmissioni televisive”. I talent, già. Le ultime macchine da auditel. “No, mai visto un talent. Non per snobismo, è solo che fanno un genere diverso dal mio. Più facile che mi fermi per strada ad ascoltare uno che suona con la chitarra”.

C’era l’Osteria da Vito. Bologna. I portici. Volti che cambiano. Amici che prendono altri sentieri. “Se Lucio mi manca? Non ci frequentavamo da tempo e comunque era sempre Vito il posto dove potesse uscire qualcosa. Memorabile una sera, io, lui e Vecchioni che cantiamo Porta Romana. Credo che Lucio sperimentasse e volesse continuare a sperimentare strade nuove. Era così, un personaggio multiforme”.

Potremmo ascoltarlo ore, ma Guccini è anche un po’ orso. Gli piace parlare, ma se volete sentirlo andate a un suo concerto, e vi racconterà gli aneddoti. Dovete vederlo lì, per scoprirlo. E scoprire che in lui la canzone e la poesia ci sono ancora. Ha scritto la Locomotiva, tredici strofe in una notte, dieci minuti di canzone che il suo pubblico, dai 15 ai 70 anni, canta ancora oggi. Con le parole è riuscito a giocare più di ogni altro: nella sua Bologna “volano via velieri come in un portocanale”, da Scirocco. Tutto il resto è semplicemente Francesco Guccini. Andare oltre vorrebbe dire esagerare. L’Ultima Thule, il nuovo album, racchiude una carriera. “Molto bello”, dice chi lo ha ascoltato. Lo dice Teresa, la figlia, per poi aggiungere: “Ma io è ovvio che sono di parte”. È nata il 14 dicembre Teresa, e ogni tanto il padre le ricorda: “Conobbi Umberto Eco la sera in cui sei nata. Mi chiamarono dall’ospedale, io avevo lasciato il numero di Vito. Ero seduto a quel tavolo laggiù, con Eco e non ricordo bene chi, credo fossero suoi studenti”. Avercene di tempo. Ne verrebbe fuori un’enciclopedia. E ne varrebbe anche la pena, perché quel mondo non esiste più. Oggi è un’altra cosa. La canzone d’autore è appunto un lusso per pochi intimi.

Da Il Fatto Quotidiano del lunedì (12 novembre 2012)