“I brianzoli, gente che ha sempre lavorato in silenzio, non meritavano questo”. “Sarebbe dignitoso per chi ha fatto già tali danni andare a casa”. “L’ennesima dimostrazione del fare atti senza senso”. “Non ha alcun senso logico, istituzionale o economico”. Così si “rischia di trascinare il nostro già martoriato territorio indietro di venti anni”. “Un aborto giuridico senza precedenti”. Cos’è che spinge a pronunciare parole tanto cariche di sdegno? Cosa provoca tale risentimento? Il tasso di disoccupazione? La questione degli esodati? L’esondazione di episodi di corruzione? No. Il decreto che riordinerà le Province delle 15 regioni a statuto ordinario. Riordino cioè taglio. Anche di poltrone, s’intende. Così gli enti (e le rispettive aree) da 86 diventeranno 51. La matita del governo che ha ridisegnato i confini ha scontentato quasi tutti, da nord a sud, tranne poche eccezioni.

Per il resto è coro di lamentele e geremiadi, nel metodo e nel merito. Per esempio: “Il governo ha salvato le province di Sondrio e Belluno perché territorio montano. E la provincia di Isernia com’è? Marittima?” si straccia le vesti il presidente della Provincia della città molisana, Luigi Mazzuto. “Non capisco la logica per cui si salva una Provincia con il 100% di montanità e non Rieti con il 90%” si chiede, basito, il collega di Rieti Fabio Melilli. Quindi conta la “montanità”? O il sangue, magari nordico? “Rileviamo con grande delusione – scuote la testa sconsolato il presidente della Provincia di Varese Dario Galli – che il varesino Mario Monti non riesce a cogliere l’assurdità di accorpare una provincia di quasi un milione di abitanti come la nostra di Varese, senza tenere minimamente conto delle sue peculiarità”. Fin qui chi rappresenta i cittadini. Alla fine chi sembra dare un’interpretazione seria a tutto è un giornale di satira, il Vernacoliere di Livorno che, dopo la mini-rivoluzione del governo, si troverà a stampare in una “provinciona” che accorperà la città portuale toscana oltre che con Massa Carrara e Lucca anche con la rivale tanto detestata che si trova 20 chilometri, Pisa: “Prestare il fianco a questi politici che fanno cose di potere per poltroncine, vicepresidenze, assessorati non mi interessa tanto” risponde svogliato il direttore Mario Cardinali.

Ma per restare in zona in fondo storce la bocca anche il sindaco di Firenze (e candidato alle primarie del centrosinistra) Matteo Renzi: in questo modo, sostiene, è stato creato “un complesso gioco di scatole che ci metteremo 15 anni per capire come funziona, spendendo più soldi per la carta intestata che per la riorganizzazione. Non sono d’accordo perché c’è bisogno di una semplificazione burocratica”.

I consiglieri crotonesi protestano al Quirinale
Vibranti le manifestazioni contro il decreto in tutta Italia. Protestano in Puglia, protestano in Abruzzo, protestano in Campania (se ne va Benevento, provincia più vecchia del Regno d’Italia). Il presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi parla di “solita politica dei ‘pannicelli caldi’”, aggiungendo che “sulle Province si va giù con l’accetta e non si pensa al destino dei dipendenti e alle ripercussioni sulla vita dei cittadini in termini di servizi primari e situazioni alternative”. Di norma “devastante” parla Cosimo Sibilia, presidente della provincia di Avellino (accorpata a Benevento). “Altro che risparmi, in questo modo si creano solo problemi. Non solo: alla Provincia di Avellino – denuncia l’amministratore campano – è stato confermato il taglio di 5,5 milioni di euro sul bilancio corrente, con conseguenze notevoli sull’erogazione dei servizi”. C’è poi chi ha precorso i tempi e già oggi ha manifestato davanti al Quirinale. Come ha fatto una delegazione di sindaci, consiglieri comunali e provinciali del territorio di Crotone che ha consegnato al presidente Napolitano una lettera in cui si sottolinea che “il prospettato riordino degli enti intermedi è sentito per i 180 mila abitanti della provincia di Crotone come una vera e propria soppressione di fondamentali prerogative, circostanza che rischia di trascinare il nostro già martoriato territorio indietro di venti anni”. E’ un provvedimento “scellerato e iniquo” dice la senatrice ex Pd, ex Udc e ora Pdl Dorina Bianchi. Al coro degli indignati si è aggiunto anche il governatore del Piemonte, il leghista Roberto Cota: “Purtroppo quello che avevo detto ai presidenti di Provincia e ai sindaci si è puntualmente verificato. Che senso ha parlare di riordino dopo aver raso al suolo le Province? Metto in guardia i piccoli Comuni perché a breve sarà il loro turno”. 

Il sindaco di Prato si fa intervistare dal wc
Contro l’accorpamento di Prato, Pistoia e Firenze lancia i suoi strali Filippo Bernocchi, assessore del Comune di Prato e membro dell’ufficio di presidenza Anci. “Non ha alcun senso logico, istituzionale o economico – spiega – immaginare una Città metropolitana (Firenze) con un’estensione così ampia” (cioè insieme a Prato e Pistoia) e contro questo scenario sollecita il governo a “rivedere la propria posizione in Parlamento”. La più originale è la protesta del sindaco di Prato, Roberto Cenni, che ha concesso un’intervista presentandosi seduto sul wc di un bagno di proprietà del municipio. In Toscana gongolano ad Arezzo, rimasta indenne e autonoma, mentre a Livorno (dopo settimane di polemiche e litigi) già mettono in chiaro che il capoluogo sarà nella città più popolosa delle 4 che saranno unite (Livorno, appunto, e non Pisa o Lucca o Massa), non disdegnando il consueto sfottò ai vicini pisani: un cartello al confine è stato modificato a tempo di record da un improvvisato graffitaro che ha precisato, sotto il nome di Pisa, che si stava entrando in una “frazione di Livorno”. 

Nessun pericolo di “guerra civile”, però. “Macché, noi prendiamo in giro i pisani perché sono toscani veri, un po’ tonti sì ma comunque diversi dai livornesi, che sono cicale, spacconi, caciaroni – dice il direttore del Vernacoliere Cardinali – Quelli sono formiche, spenti, grigi. Ma li usiamo come scusa per parlare d’altro”. A parte le polemiche sui giornali, tuttavia, “a Livorno questa cosa si è sentita pochissimo, a Pisa invece hanno accusato il colpo. Eccome se l’hanno accusato, noi siamo gli ignoranti pesciaioli, loro sono quelli nobili che hanno l’università…”.

Ma Matera spera ancora
C’è comunque chi ci crede ancora. “Questioni di campanile con Potenza? No, no, niente di tutto questo. Ora dobbiamo solo pensare a salvare l’Ente” dice Franco Stella, presidente a Matera. Non molla, non si arrende e crede ancora nella possibilità di mantenerla in vita. Il decreto prevede che la Provincia di Matera venga accorpata con quella di Potenza, creando in Basilicata – come in Umbria e Molise – un’unica Provincia. “Non ci interessano le questioni di campanile”, ribatte. “Per il 10 novembre – annuncia Stella – abbiamo organizzato una manifestazione con i sindaci e altre forze del territorio e in quella sede decideremo insieme il da farsi. Sono tranquillo”. In attesa anche della risposta del Tar del Lazio che sul ricorso presentato dalla Provincia di Matera non si è pronunciato rinviando l’esame della materia con la “necessità di attendere ulteriori provvedimenti regionali e/o statali che potrebbero anche mutare indirizzo, rendendo pertanto inutile la decisione giurisdizionale”.

Monza: “Avevamo messo così tanto a liberarci di Milano…”
Insomma un tema tanto carico di elettricità che il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni è “costretto” a precisare la sua posizione di fronte alle proteste dei sindaci di Varese e di Monza. “Ho sempre sostenuto con ogni energia il mantenimento di tutte e 12 le province lombarde, questa mia iniziativa è nota a ogni attento osservatore da diverse settimane e non ho mai sostenuto nessun altra ipotesi, neppure in via subordinata. Mi spiace dover smentire nettamente le affermazioni di Scannagatti e Fontana  che costituiscono una svista colossale, nella migliore delle interpretazioni”. Il toni del presidente della Provincia di Monza e Brianza Dario Allevi sembrano quasi senza speranza: “Abbiamo impegnato 30 anni per staccarci, tagliare il cordone di una politica milanocentrica – continua Allevi – E ora siamo di nuovo al punto di partenza, ma non ci arrenderemo, i nostri uffici legali sono già al lavoro per contrastare il decreto, tenendo conto che per poter inserire Monza nell’elenco è stata fatta una modifica ad hoc al dettato della legge in vigore da mesi, che prevede di assegnare il capoluogo alla città più popolosa tra le Province accorpate”.

Rieti e Viterbo: “Unirci è innaturale”
Rieti, Latina e Viterbo non superano i paletti fissati dall’esecutivo (350mila abitanti e 2500 km quadrati) ed è così che vengono accorpate Rieti e Viterbo, Frosinone e Latina. “C’è un’innaturalità particolare nella fusione tra Rieti e Viterbo – spiega il presidente della Provincia reatina Melilli – che sono Province che non confinano tra loro se non per 20 km e ciò sta creando un generalizzato dissenso da parte dei cittadini e sindaci, che promuovono referendum per il passaggio all’Umbria”. Sulla stessa linea il presidente della Provincia di Viterbo Marcello Meroi. “E’ un provvedimento ridicolo – commenta – che non cambia nulla, ma che per 11 mesi costringe i presidenti delle Province a sommare le funzioni di tutti gli assessori. Sarebbe dignitoso per chi ha fatto già tali danni andare a casa”.

Upi: “Forzature in alcuni territori”
Accenti meno barricaderi sembrano uscire invece dall’Upi, l’Unione delle Province Italiane, che parla di “forzature” in alcuni territori “che non tengono conto a pieno delle realtà socio economiche delle comunità”. “Le nuove Province non dovranno essere una banale riscrittura geografica dei confini – avverte il presidente Giuseppe Castiglione – ma istituzioni chiamate ad esercitare funzioni determinati, capaci di tenere insieme in maniera unitaria comunità,tessuto sociale, economico e produttivo, spesso estremamente differenziato”. Per questo l’Upi, ricorda, “aveva chiesto al Governo di rispettare alcune delle deroghe che erano emerse dalle proposte dei Consigli delle Autonomie Locali, laddove queste fossero state equilibrate, ragionevolmente motivate e tali da rispecchiare la volontà dei territori. Riteniamo poi – aggiunge il presidente dell’Upi – che sia sbagliato avere deciso di cancellare le giunte dal gennaio 2013, perché il vero processo di riordino inizia proprio adesso e non si può immaginare che un presidente, da solo, possa gestire tutti gli adempimenti che il decreto stesso gli impone di portare a termine, tra l’altro con scadenze strettissime. Ci sarà da unificare bilanci, piani territoriali, reti di trasporto, beni mobili e immobili e personale. Un percorso delicatissimo che va affrontato la massima cura. Per questo chiederemo al Parlamento di ripensare questa posizione e di prevedere giunte per gestire la fase transitoria”.