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Perché una legge sull’antisemitismo? Se il fine è combattere l’odio, allora la tutela deve essere per tutti

Una legge giusta dovrebbe proteggere le persone ebree dall’odio, ma anche chiarire che criticare Israele o denunciare le sofferenze dei palestinesi non significa odiare gli ebrei
Perché una legge sull’antisemitismo? Se il fine è combattere l’odio, allora la tutela deve essere per tutti
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di Alessandra Milani

Combattere l’antisemitismo è un dovere: per la memoria della Shoah, per la sicurezza delle persone ebree, per la qualità democratica della convivenza civile. Proprio per questo, però, non dovrebbe diventare uno strumento politico ambiguo. Il disegno di legge sull’antisemitismo recepisce la definizione IHRA e i suoi indicatori, dichiarandoli necessari per l’applicazione della legge. Ma quella definizione nasce come strumento non giuridicamente vincolante: non è una norma penale, non è una fonte del diritto. Eppure potrebbe orientare monitoraggi di polizia, interventi sui contenuti online, attività scolastiche e universitarie, formazione delle forze dell’ordine e campagne del servizio pubblico. Il rischio è che uno strumento pensato per riconoscere l’antisemitismo diventi un filtro per valutare anche la critica politica a Israele, al suo governo, al sionismo o alle politiche nei territori palestinesi.

Qui nasce la domanda decisiva: qual è la priorità del governo? Proteggere le persone dall’odio o tutelare l’immagine e gli interessi dell’alleato israeliano?

Se la priorità è combattere l’odio, allora la tutela deve essere universale. Bisogna proteggere gli ebrei dall’antisemitismo, certo. Ma anche i palestinesi dalla disumanizzazione quotidiana, gli iraniani dalle campagne che li trasformano indistintamente in nemici, gli ucraini dall’aggressione e dalla propaganda che nega la loro esistenza nazionale, i russi contrari alla guerra dall’odio collettivo, i migranti dal linguaggio che li descrive come invasori, i musulmani dall’islamofobia. Se invece si interviene solo quando l’odio riguarda un alleato geopolitico, il sospetto è inevitabile: non si difende un principio universale, si sceglie politicamente chi merita tutela e chi no.

Il problema, allora, non è solo l’antisemitismo. È il linguaggio d’odio come metodo politico, culturale e sociale: l’abitudine a trasformare interi popoli in colpevoli collettivi.
Lo stesso vale per la cultura e la politica. Una parte della musica commerciale trasforma insulto, sessismo, violenza e umiliazione in prodotti di successo. Non si tratta di invocare censura o moralismo di Stato, ma è difficile credere a chi dice di voler educare contro l’odio e poi tace davanti alla sua normalizzazione.

Un partito, per definizione, è una parte. Dovrebbe riconoscere la legittimità delle altre parti, accettare il dissenso e considerare l’avversario un cittadino con idee diverse, non un nemico. Quando una forza politica si presenta come unica interprete del popolo, della patria, della famiglia o del buon senso, diventa una fazione che rafforza i propri sostenitori disprezzando gli altri.

Anche il linguaggio di chi governa conta. Quando la presidente del Consiglio comunica attraverso contrapposizioni continue: “noi” contro “loro”, popolo contro élite, patrioti contro nemici, governo eletto contro poteri ostili, normalizza l’idea che chi dissente non sia un avversario, ma qualcuno che si mette contro il Paese. Può un governo che alimenta questa grammatica dello scontro presentarsi come giudice credibile del linguaggio d’odio?

L’antisemitismo reale esiste e va combattuto: nelle aggressioni, nelle minacce, nella negazione della Shoah, nei complotti sul “potere ebraico”, nell’attribuzione a tutti gli ebrei delle responsabilità del governo israeliano. Proprio per questo l’accusa di antisemitismo non dovrebbe essere usata come una spada contro la critica politica. Una legge giusta dovrebbe proteggere le persone ebree dall’odio, ma anche chiarire che criticare Israele, denunciare le sofferenze del popolo palestinese, contestare il sionismo o sostenere forme non violente di pressione politica non significa automaticamente odiare gli ebrei.

Combattere l’odio non significa blindare un governo straniero dalla critica. Significa proteggere esseri umani concreti, senza doppi standard. L’odio non si combatte dividendo l’umanità in vittime di serie A e B. Si combatte difendendola tutta.

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