Provate a chiedere a un tassista di Pechino di portarvi in un locale gay. Scuote il capo e dice di non “sapere di cosa parli”, attribuendo l’incomprensione a una pronuncia sbagliata. Perché in Cina, i gay, non esistono. Però si conoscono tutti. Varchi la soglia del Destination, il più grande club gay della capitale, e il primo ragazzo con cui parli ti chiede di “dove sei”, e poi spara subito “attenta che in giro c’è una giornalista italiana che fa ricerche su di noi”. E ti chiedi come sia possibile, visto che avevi inventato un nome di fantasia “dicendo di essere in attesa della fidanzata”. E lì è così buio e affollato, che riesci a scorgere a malapena i tratti del viso di chi ti sta di fronte. Vedi soltanto delle immagini, come foto, illuminate alcuni secondi da luci rosse. Il nome del ragazzo che mi suggerisce di fare attenzione alla giornalista è Xiao Gang, è un giovane gay dello Xinjiang, arrivato a Pechino 13 anni fa per lavorare in una Ong che tutela i diritti della comunità lgbt. Scelgo di raccontargli la verità e mi invita il giorno dopo a casa sua in uno hutong per un ‘caffè espresso lungo’.

“Qualcosa sta cambiando per noi – dice – credo che se la rivolta non ha ancora avuto successo, i camerati devono solo lavorare più duramente” (il termine cinese per riferirsi ai gay è proprio tongzhi, camerati, ndr). Mi spiega che in Cina i gay non sono illegali, ma neanche legali. Vivono in un limbo di incertezza normativa che giustifica la discriminazione e gli abusi da parte di chi, nella società, ancora li etichetta come “malati mentali” (l’omosessualità in Cina è stata rimossa dalla lista dei disordini mentali solo nel 2001, tuttavia, l’opinione pubblica continua ad associarla all’Aids, ndr). Il web, unico strumento che riesce a volte a sottrarsi alla camicia di forza della censura cinese, ha subìto attacchi dal governo. “Abbiamo scoperto – afferma – che il software ‘Diga Verde‘ ha bloccato a lungo ogni sito che conteneva la parola gay”. Molti omosessuali sono vittime di estorsioni sul luogo di lavoro, per questo è difficile riuscire ad avere la loro fiducia, a catturare una qualsiasi immagine che racconti la loro vita. Nel 2008, poco prima delle Olimpiadi, più di 40 persone considerate lgbt sono state arrestate nel parco Dongdan con l’accusa di “prostituzione in luogo pubblico”, semplicemente perché sono state trovate in possesso di preservativi.

La pressione della società e della tradizione è tale che si è sviluppato il fenomeno delle tongqi, le mogli di uomini gay che accettano in silenzio l’omosessualità dei mariti pur essendone a conoscenza. La politica cinese della “società armoniosa”, tappa di un cammino che avrebbe dovuto garantire uno sviluppo equilibrato in termini di ricchezza e costi sociali, in realtà mal concilia le reali differenze. La sigla ‘ong’ sembra risuonare flebilmente negli immensi spazi del regime. Eppure, oggi, sono proprio le organizzazioni non governative a tessere le fila di un sistema di welfare che il governo non è in grado di garantire. Chi lavora per le ong cinesi, come Xiao Gang, è costretto a navigare lo stretto corso all’interno delle zone di tolleranza della politica cinese. Gli attivisti cinesi scelgono un approccio del “non confronto diretto” con lo Stato, rischiando però il carcere ogni qualvolta il limite del dissenso è superato. E quel limite è stato superato più volte da Wan Yanhai, il fondatore di Aizhixing, la più grande ong cinese che lavora per i diritti degli omosessuali, prostitute, migranti e malati di Aids (Ai in cinese è amore, zhi conoscenza e xing azione. La sua pronuncia rimanda al termine cinese Aizibing, Aids, ndr).

In un’intervista Skype da Washington, Wan ha descritto la Cina di oggi come “il peggior quadro in cui potrebbe essere raffigurata la condizione umana”. “Ci sono minoranze etniche perseguitate e uccise senza processi ufficiali, violazioni dei diritti umani, ogni tipo di scandalo – ha sospirato – e il nostro governo cerca soltanto di coprirli. Negli anni ’90 ho pubblicato documenti sullo scandalo delle trasfusioni di sangue infetto nello Henan. E così mi hanno arrestato per aver rivelato segreti di Stato. E’ da allora che ho deciso di scappare in America con la mia famiglia”. Wan suggerisce di visitare gli uffici di Aizhixing, ma di non avvertire via mail del mio arrivo, “meglio evitare”. Il 19 agosto, busso alla porta di un appartamento, dopo essermi diligentemente registrata all’entrata del palazzo con un nome cinese di fortuna. Nelle stanze della Ong tutti sono intorno a un ragazzo molto timido e dallo sguardo stanco. E’ Tianxi, un attivista della contea dello Xintai, malato di Aids dall’età di 9 anni a causa delle trasfusioni infette in ospedale. E’ uscito di prigione da poche ore, dove ha passato un anno per aver “rovesciato la tazza di tè del direttore dell’ospedale, arrecando un danno a una proprietà privata di 4.000 yuan (circa 500 euro, ndr)” dove si era ammalato. “Avevo chiesto loro un aiuto, ma nulla. E l’unico messaggio che ho ricevuto dal ministero della Salute è stato: ‘Sei un ragazzo con un alto livello di educazione, dovresti sapere cosa fare'”.

Al suo fianco c’è Liang Xiaojun, avvocato per i diritti umani che lo ha seguito durante il processo; “il problema in Cina – dice – è che non c’è alcuna tutela per le persone come Tianxi. La legge c’è, ma non basta perché è il governo, spesso, a non rispettarla”. Gli uffici della Aizhixing hanno scaffali con materiale destinato a workshop e conferenze sui temi che il Partito comunista cinese considera “problemi da nascondere sotto il tappeto”. Ospite abituale è la polizia del dipartimento di sicurezza. Aizhixing ha deciso di assumere come “capo della sicurezza”, Peng Dingding, un ex giornalista che mi accoglie all’ingresso con pantaloni corti, a fiori, una t-shirt colorata, e una penna che mi punta contro, scherzando, a mò di arma. “Il mio ruolo? Quando arriva la polizia, arrivo anche io. Cerco di difendere i miei colleghi e tutti coloro che si trovano qui con noi. Lei sa quante prostitute chiedono aiuto dopo aver subìto abusi dalla polizia? La maggior parte degli abusi sono commessi dai poliziotti”.

Anche Jiang Tianyong, avvocato che lavora come volontario per la ong, racconta di essere stato portato via un giorno, all’improvviso: “Sono scomparso dal 19 febbraio al 19 aprile, e nessuno sapeva il perché”. Lo hanno rilasciato con l’obbligo di non lavorare più per il movimento WeiQuan che vede intellettuali e avvocati uniti nella difesa dei diritti civili. “E’ questa la situazione in cui siamo costretti a lavorare. Dovrei avere paura? Certo. Ma le faccio io una domanda: cosa ho sbagliato?”.

Negli ultimi 5 anni il governo ha creato una sezione speciale per investigare e controllare le ong. Ogni organizzazione cinese ha l’obbligo di registrazione presso il Ministero degli Affari civili, ma i criteri per ottenere lo status ufficiale sono così selettivi che spesso le Ong preferiscono registrarsi come azienda. “Se decidi di registrarti come organizzazione non governativa – spiega il fondatore della Aizhixing – avrai come soprintendente un’agenzia di governo che ironicamente chiamiamo ‘suocera’ perché effettua un controllo giornaliero sul tuo lavoro. Se però ti registri come azienda, sei costretto a pagare tasse altissime”. Un’arma a doppio taglio, quindi, che il governo usa per monitorare il settore non governativo, “a cui si unisce il meccanismo dei fondi internazionali. Un sistema gestito interamente dallo Stato in cui noi siamo costretti a competere anche con le Ong internazionali che lavorano in Cina. Così siamo attaccati su due fronti”.

E c’è anche chi prova a sfidare dall’interno il sistema politico del Paese di Mezzo: Li Yinhe, membro del Comitato nazionale della Cppcc (Conferenza politica consultiva del popolo cinese), ha presentato infatti ben tre volte, al Congresso Nazionale del Popolo, una proposta di legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. “La più grande differenza tra i gay occidentali e quelli cinesi – spiega in un incontro all’Accademia delle Scienze Sociali – è che questi scelgono molto spesso di sposarsi con persone dell’altro sesso. Perché altrimenti porterebbero i loro parenti al suicidio. Così molti gay si sposano e fanno figli. E i risultati sono disastrosi, c’è depressione dovuta a una vita sessuale infelice. Pensare che una volta una ragazza è venuta da me a chiedere come capire se il suo ragazzo era gay!”. Le sue proposte di legge non sono piaciute ai membri del Partito, “hanno detto che è troppo aggressiva per il contesto cinese. La tradizione va rispettata, ma anche la volontà di cambiamento. Per questo presenterò il mio disegno di legge anche l’anno prossimo”. Secondo un vecchio motto cinese “è sempre molto difficile far sì che le cose inizino”. In questo senso, le ong cinesi possono celebrare il loro primo trionfo.

da Il Fatto Quotidiano del 28 ottobre 2012