“Siamo stati supercorretti”. Questa la versione del presidente di Parmalat, Franco Tatò, in merito al procedimento apertosi oggi presso il tribunale di Parma per l’acquisizione da parte del gruppo di Collecchio delle attività americane di proprietà dei francesi di Lactalis, cioè i proprietari della stessa Parmalat. Non ne è così certa la Procura, però, che per l’azienda agroalimentare ha ipotizzato il reato disciplinato dall’articolo 2409 del Codice civile, quello relativo a gravi irregolarità nell’adempimento dei doveri degli amministratori e dei sindaci. Lo stesso, per intenderci, all’origine della denuncia del fondo Amber sulla cattiva gestione della famiglia Ligresti in FonSai.

E se non è chiaro se la richiesta di andare a fondo nella vicenda sia partita da uno dei soci di minoranza del gruppo alimentare con in mano almeno il 5% del capitale, o sia un’iniziativa della Procura che ha aperto un fascicolo dopo un esposto della Consob, è certo che i magistrati di Parma vogliono lumi sull’operazione che all’inizio dell’estate aveva visto Parmalat rilevare le attività casearie negli Usa e Sud America di Lactalis per 957 milioni di dollari, spendendosi così  buona parte del tesoretto da 1,5 miliardi di euro accumulato dall’ex commissario straordinario di Collecchio, Enrico Bondi, con le cause intentate alle banche dopo il crac dell’era Tanzi.

Un’acquisizione che nei mesi scorsi aveva spinto la vigilanza dei mercati finanziari a chiedere lumi e nella quale Lactalis era stata consigliata da Mediobanca che aveva messo nero su bianco che il prezzo pagato da Collecchio per Lactalis Usa è stato “congruo”. Peccato che per stabilire quel prezzo Piazzetta Cuccia, in veste di consulente “indipendente”, nonostante il suo ruolo di finanziatore della scalata dei francesi alla stessa Parmalat e, quindi, di creditore di Lactalis in attesa di vedersi restituire il prestito, ha fatto le sue valutazioni senza neanche effettuare un’analisi dei conti autonoma (in gergo due diligence) del valore delle attività oggetto della compravendita. 

“L’operazione è stata gestita in modo ossessivamente regolare – ha detto però  Tatò – Si tratta del prezzo migliore che si potesse pagare”. Poco importa se a stretto giro dall’acquisizione il gruppo agroalimentare ha avviato la chiusura di tre stabilimenti produttivi  in Italia (Genova, Villaguardia in provincia di Como e Cilavegna in provincia di Pavia). E nel capoluogo ligure al posto della storica centrale del latte si pensa già ad aprire un nuovo centro commerciale.

Kaiser Franz – così è conosciuto dai tempi in cui terminò la sua esperienza in Germania per tornare in Italia ad amministrare la Mondadori per conto di Silvio Berlusconi – è però abituato a gestire situazioni spinose ed è probabile che anche questa volta riuscirà nel compito affidatogli, portandosi tra l’altro a casa un lauto stipendio, come è solito fare. In tempi meno recenti, il marito di Sonia Raule ha guidato Enel nell’avventura che avrebbe dovuto contribuire a trasformare il gruppo energetico di Stato alla vigilia della fine del monopolio elettrico in una multiutility con interessi nella pay tv e nelle telecomunicazioni, ma che si trasformò in un’esperienza da dimenticare: il solo lancio di Wind e l’acquisto di Infostrada da Mannesmann si trasformò in un bagno di sangue stimato in almeno 5 miliardi di euro.

Delle guida della Treccani, di cui è ancora amministratore delegato, invece, in molti si ricordano del caso delle spese di rappresentanza esploso in occasione dell’approvazione del bilancio 2004 dell’istituto. Tra le quali ci sarebbero state anche le fatture (oltre 3mila euro) per il ricevimento di compleanno della moglie di Tatò, festeggiato al ristorante Puny di Portofino il 5 giugno 2004 e quella di un pranzo di rappresentanza datato due giorni prima dell’evento e costato 2.760 euro. Rilievi offensivi “persino a parlarne” come ebbe a dire il manager all’epoca, sottolineando che le spese di rappresentanza sono per natura “insindacabili”.

Risale invece a un anno dopo, la disputa con l’allora ad di Rcs, Vittorio Colao, sulle consulenze che Tatò avrebbe avviato dopo l’uscita dalla società che aveva presieduto tra il 2002 e il 2003. All’epoca sulle cronache finanziarie si parlò di circa 3 milioni di euro, inclusi affitto e utenze di un appartamento nella centralissima Piazza Castello a Milano. Mentre cinque anni dopo, nel verbale di assemblea della Ipi che fu di Danilo Coppola, si legge che “il consiglio di amministrazione attuale nella sua totalità costa meno del presidente precedente”. Dichiarazione rilasciata dal vicepresidente della società, Massimo Segre, in risposta alle domande di un azionista e in riferimento a Tatò che aveva gestito Ipi prima di lui negli anni della carcerazione di Coppola.

Tornando a oggi e a Parma, il Tribunale, che ipotizza un danno all’azienda operato dagli amministratori della stessa, ha deciso di nominare, su richiesta della società e come prevede la procedura, un curatore speciale, Alberto Guiotto. È stato inoltre fissato il termine del 15 novembre per il deposito delle memorie della Procura e di Guiotto. Le prossime udienze sono state fissate il 27 e il 29 novembre per sentire il consiglio di amministrazione, partendo proprio da Tatò, e il collegio sindacale.