E siamo a 100! Ieri, a Palermo, Carmela Petrucci è stata uccisa a coltellate dall’ennesimo uomo che non ha saputo gestire la propria rabbia e la propria sofferenza dopo la fine di una relazione ed è solo una fortuna che la sorella di Carmela, Lucia, la reale destinataria della furia iniziale dell’uomo, sia ancora in vita.

Quante volte ancora dovremo cominciare degli articoli scrivendo di un’altra vita di donna troncata dalle mani di un uomo?

Quante volte ancora una donna dovrà lanciare il suo grido di aiuto a coloro che, organi statali e forze di polizia, dovrebbero tutelarla e che invece non saranno in grado di farlo perché non avranno sviluppato orecchie per ascoltare? 

Quante volte ancora l’indignazione mediatica sarà fatta solo di belle parole?

Quante volte ancora una donna non potrà sentirsi sicura nelle propria mura domestiche?

Quante volte ancora una donna non potrà sentirsi sicura, come può esserlo un uomo, camminando di notte nelle nostre città?

Quante volte ancora le operatrici e gli operatori dei centri antiviolenza dovranno vedersi ridurre il loro budget e continuare comunque a lavorare perché non si può e non si deve gettare la spugna?

Quante volte ancora un uomo, consapevole di fare del male alla propria compagna, non potrà accedere ad un servizio che lo aiuti perché sul territorio mancano?

Quante volte ancora un uomo potrà pensare che la violenza degli uomini sulle donne è giustificata dalla violenza delle donne sugli uomini? E chi scrive, sia chiaro, non nega l’esistenza della violenza delle donne sugli uomini, ma ha ben chiaro che il fenomeno ha dimensioni e caratteristiche ben diverse e non fa tornare in vita le donne uccise e non può essere di consolazione alle donne abusate.

Quante volte ancora una donna e un uomo saranno incatenati a degli stereotipi di genere che creeranno le basi per una incomprensione reciproca?

Quante volte ancora per una donna dovrà essere ingiustamente limitante essere semplicemente donna nella famiglia, nel lavoro e nelle istituzioni?

Quante volte ancora, sentendo e vedendo la violenza intorno a noi, ci gireremo dall’altra parte perché saremo convinti che, se non capita direttamente a noi, essa non ci riguarderà?

Quante volte ancora, anche quando la violenza ci riguarderà invece direttamente, non riusciremo a chiamarla con il suo nome?

Quante volte ancora potrei pensare ad altre domande di questo genere?

La risposta che do non mi piace: troppe volte, anche quando una sola volta è già una volta di troppo.

di Mario De Maglie