“Ora la legge sono io … d’ora in avanti la lingua ufficiale dello stato di Bananas sarà lo svedese … tutti i cittadini saranno obbligati a cambiarsi la biancheria ogni trenta minuti …. Tutti i ragazzi sotto il sedicesimo anno di età, a partire da ora, avranno sedici anni..” Il dittatore dello Stato libero di Bananas di Woody Allen non aveva il problema di riorganizzare la ricerca del proprio paese, altrimenti avrebbe senz’altro aggiunto: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge il Consiglio nazionale delle ricerche, l’Istituto nazionale di fisica nucleare, l’Istituto nazionale di astrofisica, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l’Istituto italiano di studi germanici, l’Istituto nazionale di alta matematica, il Museo storico della fisica, il Centro di studi e ricerche “Enrico Fermi” nonché l’Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori … sono soppressi e i relativi organi statutari decadono”.

A questo ha pensato il Ministro Profumo, espressione di un governo chiamato a gestire l’emergenza dell’uscita (?) da “diciotto anni di centro destra (che) hanno un bilancio eticamente disastroso e politicamente impresentabile…” , ma che, approfittando di un vuoto politico, di fatto sta minando le fondamenta stesse del paese. Si dirà che sono tecnici che in maniera asettica cercano di aggiustare le cose. Ma come sottolinea Luciano Gallino “Si può ragionevolmente definire “tecnico” un ministro con competenze specifiche, come un medico che diventa ministro della Sanità, però poi le decisioni che si prendono sono sempre squisitamente politiche”. E la soppressione degli enti di ricerca non è un problema tecnico, quanto piuttosto un’importante decisione politica e purtroppo del tipo di quelle descritte da Woody Allen.

Come scrivono in una lettera al Presidente della Repubblica , sperando di trovare una sponda interessata al bene comune e all’interesse pubblico, alcuni scienziati: “ecco perché oggi ci sentiamo in difficoltà e in imbarazzo di fronte alla notizia di un progetto di trasformazione del sistema della ricerca pubblica nazionale. Un progetto che cancella in un sol colpo tutti gli Enti di Ricerca vigilati dal MIUR e li ricompone dentro un nuovo Ente … oltre alla costituzione di un’Agenzia per il finanziamento della ricerca e a quella di un’Agenzia per il trasferimento tecnologico. Una sorta di modello tedesco, senza però gli investimenti che i tedeschi sono in grado di garantire a quel modello.” Una riforma che “nasce per ottenere una riduzione di finanziamento e non a caso si inserisce nella Legge di stabilità per il 2013 nella voce dei “risparmi” non certo in quella degli “investimenti”.” Una riforma che appena ventilata ha riscosso l’opposizione unanime di ricercatori, di presidenti degli enti di ricerca e di sindacati. Tra l’altro con risparmi effettivi del tutto risibili che saranno fatti sulla pelle dei precari.

Perché una mossa del genere? Il ministro Profumo dichiara che sia necessario mettersi insieme per competere per i fondi europei Horizon 2020 sottolineando che l’Italia contribuisce in Europa più di quanto riesca ad ottenere in termini di progetti: ma non sarà che, a fronte di un finanziamento in proporzione al PIL,  in Italia ci sono la metà dei ricercatori (in percentuale alla popolazione) che in Francia e un terzo che in Germania? In realtà, non è la prima volta che si tenta di accorpare gli enti di ricerca: ci avevano provato Tremonti-Gelmini nel 2011 e poi Monti-Profumo lo scorso giugno. Oggi siamo alla prova finale ma con rilancio in quanto si vogliono accorpare tutti gli enti, senza un dibattito pubblico ma con l’urgenza dettata dall’imminente tramonto della stagione del vuoto politico. Quest’operazione appare motivata più da una cieca ideologia che da conoscenze non solo scientifiche, ma anche storiche. Accorpare un ente a un altro non è la stessa cosa che mettere in dispensa patate e carote. Piuttosto si tratta di dare senso e struttura al lavoro di migliaia di ricercatori che si occupano di problemi diversi, e che hanno esigenze e storie diverse. Rifacendosi al recente passato, è sufficiente ricordare le difficoltà conseguenti all’accorpamento dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia al CNR stesso, iniziata dal ministro Moratti e conclusa dal ministro Mussi, per capire cosa ci passa tra il dire e il fare.

Insomma invece di una “maxi semplificazione molto utile per le imprese”, come celebra il Sole24Ore, declassato al ruolo di velina ministeriale, questo è un ulteriore passo del progetto di ristrutturazione e smantellamento del sistema dell’istruzione e della ricerca portato avanti da Confindustria che “nel solco della tradizione italica del capitalismo assistitos’inventaun modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero.Rivoluzione spalleggiata dalle solite teste d’uovo secondo cui “C’è una grande crisi e si taglia dappertutto. Tagli indiscriminati… messaggio giusto. Sbagliata l’interpretazione secondo cui lo Stato deve continuare a spendere a pioggia nei grandi laboratori pubblici, nelle università: questo è un grave errore perché purtroppo oggi questa spesa non dà ritorno”.

 Si tratta dunque di un’operazione che, piuttosto che promuovere una maggiore efficienza, nasce sotto il segno dell’ideologia e rischia di sacrificare gli enti di ricerca a fini demagogici. Il ministro, in perfetta continuità con il suo predecessore, porta avanti i progetti più spericolati senza curarsi della loro fattibilità tecnica e tanto meno delle loro conseguenze. L’obiettivo è la formazione di un’agenzia controllata dal Governo e priva di una reale autonomia, che, nemmeno fosse ispirata all’URSS vecchia maniera, dovrebbe muoversi nel solco dell’Agenzia Nazionale di Valutazione, con i suoi memorabili risultati. Malgrado tutto, non è stata ancora instaurata la dittatura del proletariato (o chi per lui), ma questi deliri dirigisti finiranno per condizionare la libertà di ricerca, mortificando la comunità scientifica del paese. Che un giorno dovrà pur reagire per riconquistare il ruolo che dovrebbe avere nell’elaborazione delle politiche della ricerca: perché il tanto declamato sviluppo, invece che essere promosso dall’alto per decreto, non può fare a meno delle competenze di chi è impegnato quotidianamente nell’innovazione e nella ricerca.