Il Governo ha introdotto nuovi sussidi alle imprese per stabilizzare i precari, con 235 milioni di stanziamento. Esperienze passate fanno temere che molte aziende vi facciano ricorso per assumere a tempo indeterminato lavoratori che avrebbero stabilizzato comunque. Anzi, potrebbe crearsi un effetto perverso per cui questa politica finisce per favorire il precariato, invece di combatterlo. Un semplice meccanismo consentirebbe di valutare se i soldi stanziati per la misura sono ben spesi o se si tratta di regali alle imprese. Serve solo un po’ di coraggio per applicarlo.

di Alberto Martini* (lavoce.info)

Il presidente del Consiglio ha dichiarato di recente: “Alcuni dei danni maggiori arrecati al paese sono derivati dalla speranza di fare bene anche dal punto di vista etico, civile e sociale, ma con decisioni di politica economica che spesso non erano caratterizzate da pragmatismo e valutazione degli effetti”. Se Mario Monti cerca un esempio di politica pubblica animata dalla “speranza di far bene”, ma accompagnata da motivati dubbi sulla sua efficacia, consideri una recente iniziativa del suo Governo che introduce, nuovi sussidi alle imprese per stabilizzare i precari, con uno stanziamento di 235 milioni, affidandone la gestione all’Inps.

Una misura che fa contenti tutti (soprattutto le imprese)

Sussidi alle imprese per la trasformazione di contratti a termine o co.co.pro in contratti a tempo indeterminato sono stati istituiti in quasi tutte le Regioni e in molte province, a opera di giunte e assessori di destra come di sinistra, utilizzando il più delle volte fondi europei. Tale popolarità non è certo dovuta a evidenza sulla loro efficacia, della quale poco o nulla si sa (e sulla quale neppure ci si interroga). La popolarità è semmai dovuta all’assonanza tra questa misura e alcune caratteristiche deteriori del nostro policy-making: i sussidi consentono di spendere molto in fretta fondi residui; offrono poco ma a molte persone; danno l’impressione che si stia “facendo qualcosa” per i precari e questo dà grande visibilità all’assessore che li propone. (1) Soprattutto, consentono di vantare risultati concreti; sono materiale ottimo per conferenze stampa: basta credere (o far credere) nell’eguaglianza “sussidio erogato=precario stabilizzato”. E i giornalisti abboccano sempre, ripetendo pedissequamente “grazie all’iniziativa dell’assessore tal dei tali, n precari hanno ora un lavoro stabile”. In aggiunta, le organizzazioni datoriali gradiscono sempre i sussidi, anzi li gradiscono ancor più se sono un regalo per qualcosa che avrebbero fatto comunque.
Tutto bene, dunque? Ci sono buone ragioni per temere che molte imprese richiedano il sussidio per stabilizzare i precari che avrebbero stabilizzato comunque. Fatto ancor più grave, se gli incentivi fossero permanenti, si creerebbe un effetto perverso: le imprese assumerebbero solo precari, per poi stabilizzarli ricevendo il “regalo”. Invece di combattere il precariato, questa politica finirebbe per favorirlo.

Quanto costa realmente stabilizzare un precario?

La risposta dipende da quanti datori di lavoro sono “al margine” riguardo alla decisione di stabilizzare un precario (per loro, cioè, il sussidio fa la differenza nella decisione) e quanti avevano già deciso di stabilizzare (e quindi in aggiunta prendono i soldi e ringraziano). Se la percentuale dei primi fosse il 90 per cento, il problema non sussisterebbe. Ma se fosse il 20 per cento, ciò significherebbe che per ogni precario stabilizzato bisogna pagare altri quattro sussidi a vuoto. Con un sussidio di 12mila euro e una percentuale di sussidi erogati a datori di lavoro “al margine” del 20 per cento, stabilizzare un precario costerebbe di fatto 60mila euro.

Qualche evidenza esiste, perché non usarla?

Un tentativo serio per capire quanto i sussidi per la stabilizzazione dei precari siano efficaci è stato fatto in Piemonte, sui sussidi erogati dalla provincia di Torino tra il 2007 e il 2008, per un totale di 10 milioni di euro.(2) I risultati della valutazione mostrano un impatto pressoché nullo dei sussidi sul numero di precari stabilizzati: quei 10 milioni furono quasi interamente regalati alle imprese. E oggi i 235 milioni per sussidi di 12mila euro che il ministro Fornero è chiamata ad erogare, tramite l’Inps, faranno una fine più gloriosa dei sussidi torinesi di 5mila euro? Certo, l’ammontare è due volte e mezzo superiore, ma il mercato del lavoro è peggiorato di molto dal 2007. Pare un tipico caso di “decisione di politica economica non caratterizzata da valutazione degli effetti”. In altre parole, manca l’evidenza empirica sull’efficacia delle politiche, perché nessuno pensa mai a produrla.

Una sfida per un ministro coraggioso

Un modo per valutare gli effetti dei sussidi sulle stabilizzazioni c’è, ed è di una semplicità estrema. Utilizzarlo richiede invece un po’ di coraggio, qualità che, sappiamo, al ministro Fornero non manca. In primo luogo, occorre abbandonare il rito del click-day sostituendolo con una più rilassata click-week, durante la quale non si blocca la presentazione delle domande quando le risorse sono esaurite. (3)
Se, come è probabile, le richieste dovessero superare abbondantemente la disponibilità di risorse, si procede con la parte che richiede coraggio: si sorteggiano i destinatari dei sussidi tra coloro che hanno fatto domanda, come si sorteggiano i pazienti trattati con un nuovo farmaco in qualsiasi sperimentazione clinica; ma anche così come si sorteggiano i beneficiari degli interventi per ridurre l’assenteismo degli insegnanti in India, o per indurre le famiglie povere a far vaccinare i propri figli in Messico.
Una volta sorteggiati i destinatari dei sussidi, e annunciato ai non sorteggiati l’esito sfortunato della loro richiesta, occorre lasciar passare qualche mese. Dopodiché una semplice estrazione dalla banca dati delle comunicazioni obbligatorie basterà per calcolare la percentuale di precari effettivamente stabilizzati tra i sorteggiati e tra i non sorteggiati. Questi ultimi rappresentano ciò che sarebbe accaduto ai sorteggiati se non fosse esistito il sussidio. Solo se ci sarà una forte differenza positiva si potrà dire che la misura è efficace. Ma se tra i sorteggiati il 95 per cento venisse stabilizzato e tra i non sorteggiati si arrivasse al 75 per cento, non si potrebbe dire che si tratta di un grande successo, perché ogni stabilizzazione costerebbe 60mila euro.

Tornando a Monti

Il pragmatismo e la valutazione degli effetti che il presidente del Consiglio ha acutamente invocato dovrebbero servire proprio a questo: smettere di spendere ingenti quantità di denaro pubblico nella “speranza di far bene”. Lo Stato italiano si appresta a spendere 235 milioni del nostro denaro. Con l’uno per mille di quella cifra si può valutare in modo rigoroso se e in che misura sono soldi sprecati.
Al ministro Fornero chiediamo di far valutare se, dove e per quali tipi di imprese e di lavoratori sono soldi ben spesi. Così la prossima volta chi vorrà combattere il precariato avrà qualche arma in più per decidere, e non solo la speranza di far bene.

(1) Sul rapporto tra valutazione e stile italiano di policy-making si veda A. Martini e U. Trivellato, (2011) “Sono soldi ben spesi? Perché valutare l’efficacia delle politiche pubbliche”, Marsilio, che sintetizza i lavori di una commissione del Consiglio italiano delle scienze sociali.
(2) V. Battiloro e L. Mo Costabella (2011), “Incentivi o misure di attivazione? Evidenze sull’efficacia di due interventi per contrastare il lavoro precario”, Politica Economica, n.2. Lo studio è stato realizzato dall’Asvapp con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
(3) Con il click-day i sussidi sono assegnati secondo l’ordine di arrivo: l’accesso telematico si interrompe una volta esauriti i fondi, generalmente in poche ore, talvolta in pochi minuti.

*Ha conseguito il Ph.D. in Economics all’University of Wisconsin-Madison nel 1988. Ha lavorato a Mathematica Policy Research, occupandosi di esperimenti nel campo delle politiche sociali, e allo Urban Institute, dove si è occupato di valutazione di riforme di welfare e di modelli di microsimulazione. Dal  1998 è Professore associato di Statistica Economica presso l’Università del Piemonte Orientale ed è Direttore di Progetto Valutazione.  Nel 2001-2002 è stato presidente dell’Associazione Italiana di Valutazione. È stato consulente della Banca Mondiale, della Commissione Europea (DG Regio) e dell’Invalsi. Si occupa di temi relativi alla valutazione degli effetti delle politiche pubbliche, in particolare di istruzione e di politiche attive del lavoro, e dal punto di vista metodologico dell’utilizzo della randomizzazione, di cui è stato uno dei primi sostenitori in Italia.