Si torna indietro di 15 anni: con il disegno di legge costituzionale discusso ieri in Consiglio dei ministri lo Stato si può riprendere parte di quelle competenze che aveva ceduto alle Regioni negli anni del centrosinistra al governo, tra il 1997 e il 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione.

La formula che verrà introdotta nell’articolo 117, quello che stabilisce la distinzione di competenze tra livello centrale ed enti locali, è generica, le implicazioni precise: lo Stato si pone come “garante dei diritti costituzionali e dell’unità della Repubblica” e questo “a prescindere dalla ripartizione delle competenze legislative con le Regioni”. In gergo si chiama “clausola di superiorità federale”, spiega il costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti: “Lo Stato deve poter sfondare nelle competenze regionali, quando necessario”. E la necessità, in Italia, riguarda soprattutto le grandi opere, le infrastrutture energetiche, tipo i contestati rigassificatori. Lo Stato si riprende anche il controllo su scuole, commercio internazionale e finanza pubblica, le Regioni conservano tutto il potere sulla materia che più interessa, la sanità, ma il perimetro delle loro competenze si riduce parecchio.

Queste almeno sono le intenzioni del governo. Modificare la Costituzione in Parlamento non è semplice: servono due voti in entrambe le Camere, con un intervallo in mezzo di tre mesi, se passa a maggioranza assoluta e non dei due terzi la modifica può essere sottoposta a referendum confermativo. I tempi sono molto stretti: servono come minimo 3-4 mesi. E in Parlamento l’idea prevalente è che le Camere verranno sciolte attorno a febbraio. “Noi siamo ottimisti”, dicono dal governo. E se un progetto così ambizioso restasse in sospeso, ci sarebbe una ragione in più per avere un Monti bis.

Anche se la riforma del Titolo V per ora è solo all’inizio, il tentativo è comunque un segno che il clima culturale è cambiato. Sono passati meno di due anni da quando Mario Draghi, congedandosi dalla Banca d’Italia, diceva: “Il federalismo fiscale può aiutare, responsabilizzando tutti i livelli di governo, imponendo rigidi vincoli di bilancio, avvicinando i cittadini alla gestione degli affari pubblici”. Draghi poneva due condizioni, però: “Che i nuovi tributi locali siano compensati da tagli di quelli decisi centralmente e non vi si sommino; che si preveda un serrato controllo di legalità sugli enti a cui il decentramento affida ampie responsabilità di spesa”. E questo finora non è successo. Anzi, di solito i governatori che hanno creato i disastri – dalla sanità ai rifiuti – vengono nominati commissari straordinari per l’emergenza e invece di venire esautorati accumulano più potere. E si è dimostrata falsa la teoria di politologi ed economisti secondo cui i cittadini sono meglio informati sulle decisioni locali che su quelle nazionali (come dimostra il caso del Lazio).

Nel federalismo virtuoso di Draghi, chi spende troppo è costretto ad aumentare le tasse, pagando poi nelle urne il costo dell’impopolarità perdendo le elezioni. La variabile democratica avrebbe dovuto quindi ridurre gli sprechi. Come sappiamo le cose sono andate diversamente. Il senatore del Pd Marco Stradiotto ha calcolato che tra il 1990 e il 2010 la spesa dello Stato pro capite è cresciuta del 29,54 per cento. Quella delle Regioni quasi tre volte tanto, 88,21, nelle Province del 157,7 e nei Comuni dell’80,7. Dare più soldi alle Regioni è servito soltanto a permettere loro di spendere di più, visto che le tasse sono rimaste soprattutto statali.

Negli ultimi dieci anni ci ha pensato la Lega a tenere vivo il mito di un nuovo federalismo fiscale (le Regioni ricche devono ridurre i trasferimenti alle Regioni più povere). Ma non ha prodotto praticamente alcun risultato, tanto che oggi Monti interviene sul federalismo del centrosinistra, non su quello leghista, che non si è mai concretizzato (è scaduto il termine per i decreti attuativi della legge delega del 2009). La Lega prova a difendere la bandiera, per quanto consunta, e Roberto Calderoli denuncia il rischio di “un colpo di Stato” e, in caso si proceda con la riforma, “saremmo costretti a scendere a Roma e non con buone intenzioni”. La retorica leghista è però ormai quasi scomparsa dal dibattito sul federalismo. Che nelle intenzioni di Monti ora può ripartire risolvendo il punto più debole dell’impianto di quindici anni fa: la confusione di competenze tra livello centrale e locale che incentivava le Regioni a ricorrere davanti alla Corte costituzionale, bloccando qualunque decisione sgradita.

Forse Monti non farà in tempo a completare la riforma, ma l’atmosfera è cambiata. E con gli slogan federalisti sarà difficile conquistare voti alle prossime elezioni.

Twitter @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 10 Ottobre 2012