Sono reduce da alcuni giorni di Germania: Francoforte e poi una bella traversata in autobus fino a Berlino, città dove oggi affluiscono non a caso dall’estero migliaia di giovani, anche italiani. Dopo aver parlato giustamente tanto male della Merkel, giustizia vuole che oggi io parli bene del suo Paese. Perché se lo merita e perché sottolineare talune caratteristiche del sistema tedesco giova secondo me anche al nostro, ben più squinternato, sofferente ed iniquo.

Voglio partire da un dato: la dignità del lavoro, ben più rispettato e considerato in Germania che da noi. Non è casuale che viga là una legislazione di vincolo sui licenziamenti ben più ampia e rigida di quella della quale il governo Monti-Marchionne-Fornero, con l’appoggio esterno dei capicasta Alfano, Bersani e Casini, ha voluto rabbiosamente sbarazzarsi, nella sciocca illusione che questo porterà a un’alluvione di investimenti esteri in Italia.  Anche la cosiddetta “riforma” Schroeder, tanto sbandierata dai neoliberisti, ha appena scalfito queste garanzie.

La verità è che la radice della migliore situazione economica tedesca non stanno nella schiavitù del lavoro salariato, che si vorrebbe imporre da noi come ricetta di successo, ma nel maggior dinamismo della classe imprenditoriale, che proprio da un rapporto più corretto e rispettoso con i dipendenti trae linfa di rinnovamento e iniziativa, oltreché in un ruolo più dinamico dello Stato.

Non è casuale che in Germania il lavoro sia retribuito ben più che da noi. Non è casuale che in Germania viga la Mitbestimmung, codecisione fra lavoratori e imprenditori sulle questioni che riguardano la gestione degli stabilimenti. Non è casuale che in Germania ci sia, per passare ad altro argomento, una legge elettorale che non ha bisogno del meccanismo antidemocratico del premio di maggioranza per conferire stabilità ai governi. Non è casuale che la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale contro le leggi che si ritengono antidemocratiche sia ben più ampia che da noi. Non è casuale che il Paese in questione sia organizzato e i suoi cittadini dotati di maggiore senso civico.

Certo, anche la Germania è oggi sotto l’attacco della globalizzazione sregolata sotto il segno e negli interessi del capitale finanziario. Prova ne sia che aumentano anche lì le disuguaglianze e i guadagni di tipo speculativo. Perfino sull’organo del moderato Partito socialdemocratico (SDP) ho trovato un vibrante atto d’accusa contro la finanza.

C’è poi il pericolo del razzismo che come sempre si affaccia con maggiore determinazione nei momenti di crisi. Una destra violenta  che soffia sul fuoco dell’odio razziale nei confronti degli immigrati. Un centinaio di attacchi a sfondo razziale nella sola Berlino due anni fa. Una destra più ampia che cavalca il razzismo nei confronti degli Europei del Sud, ritenuti ingiustamente fannulloni e spendaccioni, quando il problema riguarda semmai le classi politiche di questi Paesi, ma anche la loro imprenditoria assistita e parassitaria che dopo aver campato per anni e anni sui contributi statali scopre oggi la “dimensione globale” sputando nel piatto dove ha mangiato. Con l’ottica non dell’imprenditore onesto ma del predone opportunista. Quella oggi imposta dalla finanza dominante.

Ma  la Germania produce  anche importanti anticorpi. Dai gruppi antifascisti che si oppongono in modo militante ai neonazisti, ad intellettuali come Habermas, che rilancia oggi il discorso di una nuova Europa effettivamente democratica e solidale.

Da questa Germania, che rinnova e attualizza le conquiste intellettuali di Kant, Karl Marx, Rosa Luxemburg e molti altri, non possiamo e non dobbiamo oggi dividerci. Dobbiamo al contrario rafforzare i nostri legami con essa, nella prospettiva di un’Europa che sia finalmente all’altezza delle sfide che pone la contemporaneità. Riscoprendo la centralità del lavoro e liberandoci finalmente dei parassiti politici e sociali, da Formigoni a Marchionne, da Penati a Lombardo, dalla Polverini a Riva, a troppi altri,  che stanno mandando in malora il nostro Paese.