Nonostante l’espressione stia rimbalzando ovunque, è bene precisare che il Cardinale Martini non ha rifiutato un “accanimento terapeutico” in senso tecnico (cioè un trattamento invasivo e inutile). Egli ha rifiutato un trattamento che gli avrebbe salvato la vita (grazie alla nutrizione e idratazione artificiale), ma in condizioni da lui ritenute inaccettabili. Proprio come fece Welby, il quale, dopo decenni di lotta contro la distrofia, chiese la sospensione di quel trattamento (respirazione artificiale) che non era un “accanimento”, ma era ciò che lo manteneva in vita.

La decisione di rifiutare nutrizione e idratazione artificiale è proprio quella decisione che il disegno di legge Calabrò contro il testamento biologico vorrebbe impedire di fare per quando non si è più in grado di intendere e di volere. Il che significa che il Cardinale Martini, per rifiutarsi legalmente di sottoporsi a quel trattamento, secondo i proibizionisti clericali, avrebbe dovuto rimanere cosciente fino all’ultimo istante di vita, altrimenti il medico avrebbe potuto approfittare del suo stato di incoscienza per prendere iniziative anche contro la sua volontà.

Potremmo dire che il Cardinale Martini ha rifiutato l’accanimento soltanto se usassimo quel termine non per definire trattamenti inutili, ma per definire trattamenti non voluti dalla persona stessa. Qualsiasi cura, anche “salvavita”, imposta contro la volontà della persona sarebbe dunque “accanimento”. Ma forse un termine c’è già, ed è “violenza”. Una violenza che molti vorrebbero autorizzare per legge, e che si pratica già diffusamente contro la legge e contro la Costituzione.