Alla fine l’oracolo Ezio Mauro parlò! Esternazione inevitabile, troppo a lungo rimandata, per riaffermare il proprio ruolo di responsabile della linea politica de la Repubblica, smentendo quello di subalterno “uomo di macchina”. Etichetta che il silenzio sulla querelle tra il fondatore della testata (Eugenio Scalfari) e una delle sue firme più prestigiose (Gustavo Zagrebelsky) – riguardo allo scontro tra il Presidente Napolitano e i magistrati palermitani – gli stava pericolosamente cucendo addosso.

Eccoci – dunque – edotti del Mauro-pensiero che, al di là delle carinerie amicali nei confronti di entrambi i contendenti, resta completamente all’interno dell’orizzonte tracciato dall’asse dominante nel giornale: quello composto dal proprietario (Carlo de Benedetti) e – appunto – il Padre Fondatore. Scenario che ha come punto irrinunciabile la transennatura di una costruzione argomentativa pericolante, pervicacemente finalizzata a presentare lo scenario politico vigente come il terreno di scontro tra una Destra becera e una Sinistra pensosa quanto responsabile. Con il contorno di frange di indignati a fare rumore e folklore.

Che questa ricostruzione ad usum Bersani possa essere estremamente utile allo scopo di salvare i riciclati della nomenklatura di origine PCI e sinistra-DC, non c’è dubbio. D’altro canto si può fortemente dubitare che abbia qualche attinenza con la realtà. Basta considerare quanto oggi è ampiamente visibile, magari negli equilibri consociativi (vulgo inciuceschi) che tengono in piedi la compagine governativa, balzata fuori dal cilindro di un anziano signore che abita il “Supremo Colle” dopo un’interminabile marcia nella politica come professione. Cui si aggiungono, a far buon peso, i ricorrenti brusii sulle nuove leggi elettorali in arrivo, finalizzate a blindare l’area centrale della corporazione del Potere.

Corporazione che comprende non solo politici abbarbicati alle poltrone ma – più in generale – un vecchio establishment terrorizzato da mutazioni dell’habitat in cui ha trascorso la propria esistenza. Non solo e non sempre animato da interessi affaristici; non di rado imprigionato da reti relazionali che sono diventate l’unica realtà che conosce. I benevoli parlano di “filiere personali”, i malevoli di “cordate”. Il mondo delle frequentazioni a senso unico di gente invecchiata assieme, con tutti i vizi ripetitivi e compromissori che ne conseguono. E questo vale per Napolitano come per Scalfari, per De Benedetti e Berlusconi (una vita a combattersi e fare affari assieme).

Sicché Mauro può avere qualche ragione nel lamentarsi dell’uso dell’irrisione nell’analisi politica o delle sue deduzioni che sovente interpretano come cospirazione la semplice scemenza; la storpiatura dei cognomi. Magari si può pure convenire che esiste una pur necessaria cucina della politica da cui promanano effluvi non propriamente celestiali.
Dove invece ha irrimediabilmente torto è nel riproporci il fantasma terroristico dell’antipolitica, gabellata come operazione – questa sì – cospirativa contro la democrazia.

C’è un passaggio nell’articolo a firma Zagrebelsky di ieri che Mauro perde stranamente (?) per strada, nel lungo autodafè con cui si allinea al pensiero del Grande Inquisitore Scalfari: la definizione di “violenta e disonesta” riservata dal giurista torinese alla reiterata retorica strumentale nell’uso del termine “anti”; con cui viene svilita la domanda, intimamente democratica, di “altrapolitica” . Osservazione che poco tempo fa aveva avanzato negli stessi termini un’altra penna pregiata del team di Repubblica: Stefano Rodotà.
Visto che Mauro sostiene l’essere in arrivo “la fine dell’equivoco” su “chi sta dove”, si renda conto che la sua linea è chiaramente dalla parte della conservazione.