Visti gli effetti ambientali, sociali, economici ed occupazionali di un sistema ossessionato dalla crescita del Pil, serve una decrescita selettiva degli sprechi e delle inefficienze, sostenuta da una nuova politica economica e industriale. Per questo occorre però una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra o nelle loro associazioni collaterali, non omologati sul dogma della crescita, culturalmente estranei alle dinamiche politiche del secolo scorso, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi.

Già se ne stanno formando. I loro incubatori sono i movimenti di resistenza alla costruzione di grandi opere pubbliche e alla privatizzazione della gestione dei servizi sociali, che sono le due linee strategiche su cui si è saldata l’alleanza tra grandi società e partiti di tutti i colori con l’obbiettivo di avviare una nuova fase di crescita, dapprima con la costruzione di grandi opere pubbliche finanziate a debito dalle istituzioni statali e successivamente con la cessione a società private della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, rifiuti, sanità, scuola, trasporti) a copertura dei debiti accumulati dalle istituzioni per finanziare la costruzione di grandi opere pubbliche.

La resistenza della Val di Susa alla costruzione della ferrovia ad alta velocità e le vittorie nei referendum contro il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici dimostrano che, nonostante la disparità delle forze in campo, la partita è iniziata e si può giocare.

Queste considerazioni non hanno la pretesa di costituire una proposta politica alternativa agli slalom tra misure restrittive per arrestare la deriva dei debiti pubblici e misure espansive per rilanciare la crescita in cui si dibatte il blocco di potere fondato sull’alleanza tra le grandi aziende operanti sul mercato mondiale e i partiti di destra e di sinistra che si alternano ai governi dei Paesi industrializzati. Ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare quell’alleanza e, quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso.

Tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile. Che sia solo una questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.

Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono. Come è sempre stato nella storia umana. Perché quella in atto è la crisi di un modello economico e di civiltà che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato, ma deve essere sostituito.