Si chiama Claressa Shields, per gli amici solo Ressa. È nera. Viene da Flint, Michigan. Ha festeggiato i 17 anni con una battaglia a palloncini d’acqua e una enorme torta gialla. Famiglia difficile, genitori divorziati, le piacciono i ragazzi, porta i capelli legati in treccine, racconta ogni giorno pensieri e amori al suo diario di teenager, ama Twitter e va a scuola con il bus e la merenda nel sacchetto. Ma Ressa non è una normale ragazza dell’ultimo anno di liceo, alla Northwestern High School di Flint. Ressa non è in vacanza con gli amici, ma a Londra, tra le atlete della squadra americana. Gareggerà nella specialità che debutta quest’anno alle Olimpiadi per la prima volta nella storia: la boxe femminile. Lei è la più giovane in lizza per vincere una delle tre medaglie d’oro in palio (pesi piuma, leggeri e medi). I giornali specializzati l’hanno definita “la più straordinaria boxer” dei trials olimpici. Sei anni fa suo padre l’aveva portata a una palestra di boxe. Lei voleva diventare una pugilessa. Lui le diceva: per l’amor di dio, no. È uno sport da maschi. Niente da fare. Oggi la ragazza è qui, e la sua storia sta per diventare un documentario, “T-Rex”, che è il suo soprannome da combattimento.

Al progetto lavorano Zackary Canapari e Drea Cooper, due registi pubblicitari vincitori anche di un premio al Sundance Festival con Sue Johnson, che ha seguito le olimpiche per il New York Time Magazine. Da sei mesi seguono Claressa nei suoi allenamenti, tre ore al giorno di palestra, corsa e pesi. Nei combattimenti. Nella sua difficile vita familiare. Nel quartiere. Poi a Londra. Claressa alle Olimpiadi, la più giovane donna degli ultimi duemila anni a salire su un ring olimpico. Su Internet è aperta una sottoscrizione sul sito Kickstarter dove si raccolgono fondi per realizzare il documentario. Donazione minima 1 dollaro, ma c’è chi ne ha dati anche mille. Perché Claressa è unica ed è già una celebrità. Dal Michigan al centro del mondo. Lei che non aveva mai preso un aereo, prima di vincere un posto nella delegazione olimpica americana. Lei con la sua faccia dura, le braccia tornite, la canottiera intrisa di sudore è la rappresentazione per eccellenza dello sport. Incarna il riscatto sociale, la purezza della passione, l’impegno, la fatica, e la forza. Forza doppia, visto che essere una pugilessa è anche una sfida alle convenzioni sociali e ai pregiudizi sulla box che non è uno sport da donne. Il dibattito è aperto.

La boxe femminile è una cosa “abominevole” secondo Tommy Gallagher, allenatore alla celebre Gleason’s Gym di Brooklyn, la palestra dove si allenava Mike Tyson. “É una cosa sbagliata e innaturale” ha detto al New Yorker. E non è il solo a pensarla così. La scrittrice Joyce Carol Oates, nel suo ‘Sulla boxe’ pubblicato nel 1987 scriveva che il pugilato “è una reminiscenza di un’era primitiva, quando la forza fisica era un fattore primario e la mascolinità dei guerrieri ne era l’espressione”. É l’opposto della femminilità, insomma. “Il pugilato è per gli uomini, parla di uomini, è uomo” scrive la Oates. Letterariamente parlando, non si può darle torto. L’epica della boxe, a partire da Hemingway, è stata roba da maschi, raccontata da maschi. Ma tutto cambia e personaggi come Claressa T-Rex appartengono a un’altra era.

La lotta contro la discriminazione femminile è passata anche per il diritto a salire sul ring. Il primo combattimento amatoriale femminile risale al 1876, a New York e la vincitrice ricevette un vassoio di argento. Ma fino al 1993, quando la sedicenne Dallas Malloy vinse il suo ricorso, non era permesso alle ragazze gareggiare in competizioni vere e proprie. Qualcuno ha voluto dare significati trasversali e di rivendicazione allo sbarco olimpico della boxe. Ma anche questo è ormai anacronistico. “Non sono una ragazza pugile, sono semplicemente un’atleta” dice Tiara Brown, in squadra con T-Rex. “Non lo faccio per le donne. Voglio essere trattata come se fossi un ragazzo. Non voglio nessun trattamento speciale perché sono una ragazza”. Probabilmente parla per tutte le atlete che saliranno sul ring a Londra.

da Il Fatto Quotidiano del 2 agosto 2012