Cara Amica, Sorella, Compagna,

insomma, sì, decidi tu. Tu che hai esposto i cartelli “Genova 2001, ingiustizia e fatta”, duranteilconcerto di Patti Smith l’altro giorno a Bologna. Io c’ero, dalle file in fondo. A godermi la serata fresca e l’attesa del concerto. Lasciando da parte i pensieri del giorno. Poi ho visto i tuoi cartelli ed ho pensato: bene così, che ci voleva. Poi ho fatto quello che faccio in questi casi: mi sono girato incuriosito cercando gli sguardi di chi osservava come me. E c’era chi applaudiva convinto e chi era scettico: “Ma come, non li avevano condannati i poliziotti?” e “Un altro: no, no sono i manifestanti condannati”, “Ah be’”. E infine quando Patti Smith ha visto i cartelli dicendo “I was there”, “io ero lì” e ti ha passato il microfono non ci potevo credere: “ora diglielo davvero”, ho pensato. E ho trattenuto il fiato mentre scandivi “i vertici della polizia italiana accusati di tortura che tornerano al loro posto”… “e i dieci manifestanti presi nel mucchio di centinaia di migliaia”..  “in un movimento che aveva attuato un processo ampio di convergenza”… Troppe cose da dire tutte in una volta. Troppe schegge taglienti di verità scomode. Conficcate nel cuore, seppellite nella memoria. Nascoste alla coscienza di un paese che si specchia ogni giorno nell’orrore della sua storia. Senza mandati e né colpevoli. Come si fa?

Continuo a pensarci in questi giorni prima di tornare a Genova. Ancora un volta. Prima del ricordo, della musica e delle parole il 20 in Piazza Alimonda e poi, il giorno dopo, delleassembleeedellafiaccolata alla Diaz. E penso che dovremo fare proprio come ti (e ci) ha risposto Patti Smith: “Fin quando i governi continueranno a mantenere i loro segreti dovremo sfruttare tutte le occasioni, anche un concerto, per prendere parola”. E, allora, penso io: non solo ai concerti, ma nei bar, nei salotti, negli uffici e nelle sagrestie, nelle scuole, nelle piazze, nelle officine. Tra  i nostri simili. E non solo a Genova domani, ma ovunque riusciremo a prendere parola.

Parole di verità per dire ancora una volta come è andatadavvero in Piazza Alimonda, per fare nomiecognomi. Parole empatiche e di conforto. Già, conforto. Perché dopo Genova, in quell’anno terribile che è stato il 2001, nulla è stato come prima e l’orrore e la paura ci hanno costretto a pensare che “le cose” valgono più delle vite delle persone. Che si è “sereni” quando ci si può voltare dall’altra parte, che l’economia gira con noi se il benessere è poter comprare a prezzi che altri non si possono permettere. E ora che tutto questo non ci ha regalato né benessere, né serenità, e ci scopriamo soli ed indifesi di fronte alla paura di rimanere senza un lavoro, senza una casa, senza certezze, dovremo trovare una strada insieme per svegliarci dai sogni tramutati in incubi.

E poi parole di giustizia. Perché da Genova è partito il movimento contro la privatizzazione dell’acqua che ha vinto i referendum ed abbiamo denunciato i debiti che strangolano i popoli. A Genova abbiamo rifiutato un’economia che mette sul mercato 14 volte la ricchezza mondiale per rimpiere le tasche di pochi, che paga un decimo del salario chi lavora in Cina o India per giustificare i tagli della busta paga a chi lavora da noi. A Genova abbiamo detto che tutto questo avrebbe prodotto la crisi. E poi la crisi è arriva davvero e non sta risparmiando nessuno. A Genova abbiamo denunciato la devastazione ed il saccheggio dell’ambiente. Quella che vent’anni di negoziati tra gli stati non sono ancora riusciti a mettere in discussione. A Genova il padre di Carlo aveva detto che c’era un movimento di altruisti perché chiedevamo diritti per tutte e tutti e non solo per noi.

E infine parole semplici per spiegare quello che non è facile: “Voi 8, noi 6 miliardi” (oggi anche di più), le guerre “non in mio nome”, le ingiustizie “non sulla nostra pelle”. Ma anche che oggi, se tutto questo non è stato ascoltato, si può scegliere da soli di vivere in un altro modo, di produrre e di consumare in un altro modo, di avere relazioni con i propri simili in un altro modo. Parole semplici come semplice è  “ragazzo”, non eroe, non martire. Semplicemente “ragazzo” che da quel 20 luglio qualcuno continua a scrivere sulla targa di Piazza Alimonda sotto il nome di Carlo.

Insomma, cara Amica, Sorella, Compagna, spero che avremo tante altre occasioni per far sentire le nostre parole e sentirci meno soli. Ci aspetta un lungo cammino e non sarà facile. Ma è un cammino che guarda al futuro. Undici anni fa volevamo un altro mondo possibile, oggi sappiamo che mai come ora è necessario.

Un abbraccio sulla cattiva strada.

Marco Trotta, ragazzo.