Walter e Giovanni Burani, i due imprenditori accusati di bancarotta fraudolenta per il crac dell’omonimo gruppo di moda, rischiano fino a nove anni di carcere. E’ questa la pena richiesta dal pm di Milano, Luigi Orsi, al termine della requisitoria. In particolare i due imputati sono sotto processo in relazione al fallimento delle società “Burani designer holding”, “Mariella Burani family holding” e “Mariella Burani fashion group”. Il pm, nel chiedere la condanna per il marito e per il figlio della stilista Mariella Burani, ha descritto la frode come “sistematica”, parlando di una bancarotta “da antologia”. Orsi ha sottolineato “una attitudine criminale molto significativa” sostenendo inoltre che, “non siamo di fronte a un imprenditore che, disperato in un momento di difficoltà, fa un atto scellerato, ma siamo di fronte a una gestione di impresa illegale”, nella quale “i bilanci tutte le volte vengono manipolati, pompati”. Comunque il magistrato ha chiesto che ai due vengano riconosciute le attenuanti generiche per il loro comportamento processuale. Infatti sono stati presenti a quasi tutte le udienze del processo iniziato il 13 dicembre 2010 davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Milano, con collegio presieduto da Piero Gamacchio. La prossima udienza è stata fissata per il 17 settembre, quando la parola passerà alle parti civili e alle difese.

I due sono stati arrestati dalla Gdf di Reggio Emilia il 28 luglio 2010. Al padre, Walter, sono stati concessi gli arresti domiciliari mentre il figlio, Giovanni, è stato condotto a San Vittore. L’accusa è di aver dissipato il patrimonio della società attraverso operazioni finanziarie tra le quali anche il sostegno artificioso del titolo in Borsa. Nel mirino dell’indagine c’è anche l’offerta pubblica di acquisto lanciata da Bdh (Burani and Design Holding) sul 15 per cento del capitale di Mbfg (Mariella Burani Fashion Group) a metà 2008 attraverso una subholding. Bdh era stata la prima società del gruppo a fallire e ad essere accusata di esterovestizione. La vicenda giudiziaria ha avuto un risvolto insolito, quando nell’aprile 2011 i due indagati hanno chiesto al giudice di Reggio Emilia di essere ammessi allo stato passivo per il fallimento, rivendicando soldi da “Burani private holding”. Padre e figlio sono figurati fra i creditori chirografari (senza nessuna garanzia) di “Burani private holding” (società di diritto olandese che controllata indirettamente la casa di moda).