Seguire gli esempi di Fiat, Omsa, Bialetti e di tutte le altre aziende che hanno scelto di andar via dall’Italia per trasferire la produzione all’estero. Sembra essere questo il nuovo imperativo della Rai, sempre più incline, da alcuni anni a questa parte, a finanziare la produzione di fiction, documentari e film per la televisione, da realizzare interamente o in parte fuori dall’Italia. E le somme di denaro pubblico che escono dai confini nazionali sono sbalorditive. L’esempio eclatante è rappresentato dalla fiction “Terra ribelle”, ambientata nella Maremma toscana, ma girata interamente in Argentina. Secondo i calcoli del Clic, Coordinamento Lavoratori Industria Cineaudiovisivo, la serie girata nella Pampa avrebbe prodotto infatti una perdita stimabile di 2 milioni 160mila euro di reddito ai lavoratori e di 2 milioni 103mila euro all’industria. Da non dimenticare poi le notevoli perdite per l’erario in termini di contributi (Irpef, Iva, Enpals). Se fosse stata, oltreché ambientata, anche girata in Toscana, “Terra ribelle” avrebbe fatto entrare nelle casse dello Stato – sempre secondo i calcoli del clic – ben 1 milione 975mila euro.

Ma alle produzioni, e di conseguenza alla Rai, girare all’estero costa meno. Si può risparmiare ad esempio sul personale (tecnici e attori secondari), sul noleggio delle attrezzature e delle location. In particolare per la Rai, delocalizzare diventa una scelta obbligata. A fronte di un budget che ha subìto dei forti tagli rispetto agli anni precedenti – i 140 milioni stanziati per il 2012 sarebbero, secondo l’associazione 100autori, meno della metà rispetto a quattro anni fa – viale Mazzini deve comunque riuscire a mantenere inalterata la programmazione. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il direttore di Rai Fiction, Fabrizio Del Noce, non risponde. Neppure a una mail.

L’elenco dei prodotti Rai privi del marchio made in Italy è lunghissimo: “Il commissario Nardone”, ambientata interamente a Milano e girata per 16 settimane in Serbia, dove sono state girate anche “Paura d’amare” e “Lo scandalo della Banca Romana”; in Tunisia invece “Maria”, “Santa Barbara” (ambientata nel rietino) e la recentissima “L’Olimpiade nascosta” (coprodotta insieme a Rai Fiction dalla Casanova di Luca Barbareschi); e ancora “Il Generale Della Rovere” (remake dell’omonimo film di Rosselini, tratto dal racconto di Indro Montanelli) in Bulgaria, Paese scelto anche per le riprese di “Di Vittorio” e “Un caso di coscienza 4”. Al contrario invece, rimanere in Italia non conviene più. E perciò, come le grandi multinazionali insegnano, bisogna chiudere gli “stabilimenti” nostrani, anche i più produttivi. Scompare così dai nuovi palinsesti della Rai, presentati di recente, una fiction di successo girata tra la Toscana e il Lazio: “Il commissario Manara”.

“E’ un’ingiustizia – dice a ilfattoquotidiano.it Franco Ragusa, portavoce del Clic – portare via tutta quella ricchezza, generata con i soldi dei contribuenti, che potrebbe invece promuovere crescita e occupazione in Italia”. Già, perché non tutti sanno che un film o una fiction sono come una piccola fabbrica, che impiega tra i 50-70 lavoratori di set, oltre a un numero rilevante di figuranti. Hanno poi necessità di strumentazioni, strutture (teatri di posa), luoghi nei quali girare. E naturalmente c’è bisogno anche di alberghi, ristoranti, trasporti, mezzi tecnici da affittare sul posto, ecc… Un’intera economia che gira attorno. Dunque “se delocalizzare può avere un senso logico secondo il ristretto punto di vista della Rai – continua Ragusa – non ne ha però alcuno dal punto di vista del sistema Paese”.

A costringere le case di produzione a ridurre sempre più i costi ci sono infine i cachet dei grandi attori che la Rai impone – talvolta metà del budget per la realizzazione della singola fiction è solo per loro – e capita quindi che, davanti alle richieste da capogiro di attori come Lino Banfi, il produttore Roberto Sessa decida di ambientare la fiction Rai “Tutti i padri di Maria” in Argentina. Dove “con le maestranze locali – ammette Sessa – risparmiamo il 20%. I nostri attori, nonostante la crisi, non rinunciano ai loro cachet molto importanti – spiega – e quindi dobbiamo fare i conti con il budget che ci resta”. Ma a dirla tutta potrebbe anche esserci un altro motivo: “Molti produttori preferiscono andare nei Paesi extracomunitari, dove non trovano legislazioni restrittive sotto il profilo economico come quella italiana o europea – accusa il portavoce del Clic – dove non ci sono tanti controlli fiscali. E, perdendo qualche foglio di carta per la strada, si può guadagnare di più”.

Insomma la storia che, per garantirsi una quota di risparmio, si debba andare necessariamente all’estero sarebbe vera fino ad un certo punto. Perché proprio per far fronte a questa situazione “negli ultimi tempi i costi di forniture e di troupe – ricorda Umberto Carretti, Coordinatore SLC-CGIL – sono stati ridotti notevolmente”. Sorge quindi qualche dubbio: “Vogliamo capire se è vero che i costi italiani sono così esagerati – dicono alcuni dei tecnici dell’audiovisivo, che nelle ultime settimane hanno manifestato davanti ai cancelli di viale Mazzini – vogliamo vedere questi preventivi presentati dalle varie produzioni alla Rai e sapere quanto costiamo realmente. Perché magari poi si scopre che costiamo più di quello che è vero, e dunque gonfiare i preventivi è una scusa per portare il lavoro fuori”. Per questo il prossimo passo sarà un esposto alla Corte dei Conti. Intanto però ciò che più preme è riuscire a sensibilizzare le istituzioni: “Basterebbe un decreto legge di due righe – afferma Franco Ragusa – che faccia riferimento a quello che ha detto poche settimane fa il Presidente della Repubblica. Che preveda cioè che, per favorire crescita e piena occupazione, come auspicato Napolitano, le risorse della Rai debbano essere spese in Italia”.