Il 6 luglio sarà inaugurato uno ‘spazio museale italiano’ presso il Museo Nazionale della Cina, in Piazza Tian’an men a Pechino, frutto dell’accordo di Stato tra Italia e Cina firmato dai rispettivi ministri della cultura nell’ottobre 2010. Il primo ‘evento’ italiano sarà una mostra che durerà un anno. Il titolo, originalissimo e inaspettato, è: Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti.

Le uniche cose indiscutibili, in questa vicenda, sono l’abnegazione e l’amor patrio con cui il direttore generale per la valorizzazione del Ministero per i beni culturali Mario Resca ha sostenuto questa iniziativa politico-diplomatica. Alla vigilia della conclusione del suo mandato bisogna riconoscere che  – in un Mibac riverso su se stesso, paralizzato dall’incapacità dei ministri e dalla corruzione della burocrazia – l’alieno Resca ha almeno provato a spezzare questa morbosa autoreferenzialità, e ad aprire il patrimonio storico e artistico ai cittadini e al mondo. Ma i burosauri del Mibac si sono vendicati, propinandogli formule che erano già vecchie sessant’anni fa.

Le prime mostre-kolossal all’estero furono fortemente volute da Mussolini (che si vantava, coerentemente, di non essere mai entrato in un museo), e hanno costellato la storia repubblicana fino agli ultimi mesi, in cui si susseguono a ritmo vertiginoso le comparsate di Stato del povero Caravaggio (spesso sostituito da improbabili controfigure): a Cuba, a Mosca, e ora alla Casa Fiat di Belo Horizonte, in Brasile (una sagra del tarocco che evidentemente a Sergio Marchionne non appare folcloristica, a differenza delle sentenze dei tribunali italiani).

Ammettiamo che organizzare scambi di mostre tra Stati non sia un patetico residuo dell’ancien régime, ed abbia ancora un qualche valore diplomatico che superi quello dei buffet che spezzano le trattative sui trattati commerciali. Bisognerebbe, allora, concepire un vero progetto scientifico (con l’intento di aumentare la conoscenza, trattando i visitatori come esseri pensanti e non come barbari da stupire) e con un ‘rischio zero’ per le opere. Lo impone l’articolo 67 del Codice dei Beni culturali (che, in assenza di queste caratteristiche, vieta che le opere varchino i confini della Repubblica), e lo imporrebbe la deontologia degli storici dell’arte: se ci fosse.

Il Rinascimento pechinese è «un’antologia abborracciata, forse dettata unicamente dall’arrendevolezza di alcuni soprintendenti». Sono parole del fulminante articolo con cui Antonio Cederna massacrò, nel 1956, un’analoga iniziativa. E sono perfettamente attuali. Per esplicita ammissione degli organizzatori (il Polo museale fiorentino), il progetto scientifico (obbligatorio) non è scientifico: sostanzialmente si sono prese delle opere a casaccio, badando al fatto che ce ne fossero di grosse e di artisti famosi. Risultato: un grottesco guazzabuglio che riesce a mettere insieme Lorenzo Monaco e Benvenuto Cellini.

Per nulla si è invece badato alla tutela delle opere, scelte in spregio ad ogni criterio, norma, legge. Tra pezzi evidentemente riempitivi, la lista dei deportati comprende ben trentadue dipinti su tavola (tra gli altri di Gentile da Fabriano, Paolo Uccello, Filippo Lippi, Botticelli e Raffaello) e cinque affreschi staccati, tra cui due dei famosi Uomini illustri di Andrea del Castagno, l’Annunciazione di Botticelli degli Uffizi (la bellezza di 5 metri e 50 per 2 e 46!) e il San Girolamo di Ghirlandaio, proditoriamente sottratto alla chiesa di Ognissanti e al suo pendant dipinto da Botticelli. Si tratta di pitture fragilissime, che non dovrebbero viaggiare per nessun motivo: figuriamoci per «una carrettata bassamente propagandistica, una scelta affrettata e fortuita, conforme appunto alla inanità degli scopi confessati» (ancora Cederna).

Come se non bastasse, andrà in Cina anche l’Ercole e Anteo di Bartolomeo Ammannati della Villa di Castello: un gruppo di bronzo, alto due metri e nato per stare su una fontana, che è demenziale esporre al chiuso tra quadri sacri e ritratti. E poi ancora l’analoga Venere Anadiomene di Giambologna, una manciata di robbiane, un disegno di Leonardo e nientemeno che il cosiddetto David-Apollo di Michelangelo, un inestimabile marmo alto un metro e mezzo, conservato al Bargello nei pochi momenti in cui non esercita come commesso viaggiatore.

Ci si chiede come la soprintendente di Firenze, il Comitato di settore (in blocco sotto processo contabile per l’acquisto del famoso pseudo-Michelangelo) e il direttore generale abbiano potuto autorizzare simili enormità: «Grandi equilibristi – è ancora Cederna – disposti sempre all’obbedienza verso i pezzi più grossi di loro, sulla cui mancanza di carattere e di convinzioni generali i vandali sanno di poter contare».

Vogliamo davvero portare ai cinesi un’immagine positiva del nostro Paese? Organizziamo mostre di artisti italiani: non morti da mezzo millennio, ma vivi, e possibilmente giovani. Finanziamo film di grandi registi che raccontino l’Italia di oggi (come quelli meravigliosi di Folco Quilici, sull’Italia vista dal cielo, degli anni sessanta), riproduciamo perfettamente a Pechino qualcuno dei nostri siti monumentali (una Cappella degli Scrovegni in scala uno a uno sarebbe del tutto accettabile alla cultura cinese). Insomma, qualunque cosa che non fotografi un’Italia convinta di avere il meglio della propria storia dietro di sé, ridotta a togliersi le mutande e a far sfilare i propri capolavori, in catene, nella capitale dei nuovi padroni del mondo.

Tutto lascia invece pensare che continueremo a organizzare mostre come questa: clamorosamente inutili, dannose, illegali. Avverando così la profezia del più grande storico dell’arte italiano del Novecento, Roberto Longhi, che nel 1952 si augurava che lo Stato “ponesse un fermo a questa stolida e spesso servile mania esibizionistica dell’Italia all’estero. Mania che, ove non venisse ormai stroncata, finirebbe, oltre agli irreparabili danni materiali, per revocarci stabilmente dal novero delle nazioni culturalmente più progredite”.