Mi ha molto colpito, facendomi pure sorridere, il logo della campagna di comunicazione per il lancio del Gay Village 2012, raffigurante un calciatore in posa davanti a un pallone e con addosso un paio di scarpe rosse coi tacchi.

E’ il ritratto di ciò che non ci aspettiamo: lo sport “etero” per eccellenza, con i campioni – dopo ieri, forse non più tali, ma chi lo sa – di machismo, velinismo, e chi più ne ha più ne metta, con un abbigliamento di genere femminile. Un incrocio di sessi che passa un messaggio preciso: ci sono gay anche tra i calciatori e, inoltre, non occorre essere un calciatore per essere, come dire, figo: bastano dei tacchi.

Avrei sorriso ancora, peraltro, se non mi fosse giunta la notizia dell’aggressione omofoba all’amico Guido Allegrezza, da sempre attivista del movimento, che l’altra notte all’Eur è stato picchiato con un lancio di pietre. Risultato: una ferita alla testa e due costole rotte. Le foto fanno impressione, soprattutto se conosci personalmente la vittima.

E non è l’unico caso. Come denuncia anche il sito del Corriere della Sera, in due settimane si sono avuto sei casi di aggressioni violente dettate dall’omofobia. Addirittura, una coppia di ragazze lesbiche è stata insultata in un bar e poi, costretta a uscire dal locale, è stata circondata. Il peggio è stato evitato solo grazie all’intervento delle forze dell’ordine.

Chi si merita un trattamento del genere? Nessuno, nel nostro Paese, eccetto le categorie deboli. Omosessuali in primis, ma anche le donne e i rom. Qualche giorno fa una coppia rom è stata aggredita con violenza, la ragazza è stata addirittura violentata. Le due vittime, che si sono ovviamente rivolte alla polizia, hanno ricevuto come risposta un bel decreto di espulsione.

E cosa fa lo Stato? Nulla. Proprio nulla.

Il disegno di legge sull’omofobia è stato affossato per ben due volte con le giustificazioni più esecrabili, e di omofobia non si parla quasi più finchè non ci scappa l’episodio di violenza. Ogni volta che un gay, una lesbica, una persona transessuale riceve un pugno, una pietra, una bastonata, l’intera comunità gay lesbica e transessuale percepisce un clima di violenza e odio. E paura.

Espressione d’odio è anche, anzi soprattutto, l’0mofobia istituzionale – quella dello Stato. Dei parlamentari come Giovanardi, della cui omofobia ormai neppure gli omofobi sembrano stupirsi di più. Quella del sito Pontifex, che rende manifesta la grave connessione tra l’omofobia e alcuni ranghi della Chiesa Cattolica. Ma anche quella delle persone che esitano, che cercano il compromesso nelle trattative politiche, o che le trattative le abbandonano troppo presto. Quella di chi minaccia azioni di rappresaglia – magari, che so, candidandosi alle primarie di un grande partito di centrosinistra – se si introduce il discorso delle unioni omosessuali. Di chi pensa che l’amore e l’affetto tra due persone dello stesso sesso siano immorali, trascurando che la diritto di disapprovare certamente non deriva il diritto di menare le mani. Di chi pensa che sia colpa degli omosessuali se sono picchiati: perchè si vestono così, perchè si tengono per mano, perchè si baciano, senza contare invece che tutti, omosessuali inclusi, hanno il diritto di vivere liberamente la loro condizione di coppia.

Se la sorte dell’intera comunità gay, lesbica e transessuale italiana è quella di prendere botte senza che nessuno faccia niente, allora forse viviamo nel Paese sbagliato. Dove i calciatori come Cassano (l’uomo della premessa “se penso quello che dico“) possono dire effettivamente quello che vogliono, e gli altri possono pure pensare che “delle frasi di Cassano si è detto sin troppo”.

Se una parola in più può servire a porre rimedio alla violenza, allora è dovere di tutti pronunciarla. Se una parola in meno può servire a prevenire aggressioni come quella dell’amico Guido, allora tutti hanno il dovere di stare zitti.