Il Comune di Roma è con l’acqua alla gola per il bilancio, ma se si mettono a confronto le storie parallele di due grandi aziende comunali, Acea (acqua e luce) e Centrale del latte, sembra che il sindaco Gianni Alemanno sia in preda a una specie di sindrome di dissociazione. Con l’Acea vorrebbe fare cassa vendendo ai privati il 21 per cento del capitale, scontentando gli industriali capitolini che con il loro presidente, Aurelio Regina, vorrebbero di più, e nello stesso tempo sfidando 1 milione e 200 mila romani che nel referendum avevano detto che l’acqua doveva restare pubblica. Sempre con l’Acea il sindaco, però, spende e spande per i manager, con compensi fuori quota, come ha rivelato Repubblica: 842 mila euro all’anno al direttore Paolo Gallo più appartamento al residence Aldrovandi da 4.300 euro al mese, 476 mila all’amministratore Marco Staderini, oltre 400 mila al presidente Giancarlo Cremonesi, 2 milioni ai 7 dirigenti di vertice.

Nello stesso tempo con la Centrale del latte, che un paio di mesi fa è potenzialmente tornata di proprietà comunale, Alemanno non sa o non vuole far valere neppure i diritti di possesso che gli sono stati regalati su un piatto d’argento da una sentenza del Consiglio di Stato. Pur accogliendo a parole con favore la sentenza e pur sapendo che la Centrale sarebbe manna per il bilancio, essendo un pezzo economico pregiato, una delle poche aziende sane della capitale, con un patrimonio del valore di oltre 100 milioni di euro e un attivo di bilancio di circa 18 milioni.

Dopo che il 20 marzo i giudici amministrativi avevano deciso che la vendita di 14 anni prima della Centrale ai privati era nulla e che quindi il proprietario legittimo restava il Campidoglio, Alemanno avrebbe dovuto semplicemente far valere il diritto di proprietà all’assemblea degli azionisti riunita per l’approvazione del bilancio. Ma non lo ha fatto. Invece di presentarsi all’appuntamento, quella mattina il sindaco ha preferito partecipare all’imperdibile congresso del sindacato di destra Ugl, un tempo diretto da Renata Polverini.

Alemanno ha delegato due suoi rappresentanti, ma entrambi, chissà perché, sono arrivati fuori tempo massimo, con un’ora di ritardo, quando era già tutto bello e impacchettato, il bilancio approvato, distribuiti i dividendi e rieletto il Consiglio di amministrazione.

In assenza di contestazioni, la Centrale è rimasta a Parmalat che a buon diritto ha fatto valere il suo 75 per cento circa. Per il Comune di Roma è stata una figuraccia storica. E ora è lecito chiedersi perché con la Centrale Alemanno è indecisionista estremo e con l’Acea decisionista per l’incasso? L’impressione è che la sua bussola più che gli interessi della città, segua quelli delle lobby: favorevoli alla vendita nel caso dell’Acea, propense al mantenimento delle cose come stanno con la Centrale. Pur di non rivendicare titoli sulla Centrale, Alemanno si sottrae perfino al diritto-dovere di dare seguito ad una sentenza arrivata a conclusione di una complicata vicenda cominciata ai tempi di Francesco Rutelli sindaco, con la vendita a Sergio Cragnotti. I termini della transazione risultarono subito assai dubbi e dopo molte vicissitudini la Centrale alla fine passò a Parmalat, la multinazionale poi saltata a gambe all’aria per le scorrerie finanziarie di Calisto Tanzi, ma restata valida da un punto di vista industriale. Con la cura Parmalat, la Centrale romana è cresciuta e neanche il passaggio ai francesi di Lactalis ha cambiato le cose.

Di fronte al risanamento avviato e in presenza di un complicato contenzioso giudiziario in corso, in passato più volte Alemanno aveva manifestato la volontà di chiudere la partita una volta per tutte con un accordo con Parmalat fuori dai tribunali. Ma se ne è sempre dimenticato. La recente sentenza del Consiglio di Stato lo ha completamente spiazzato, costringendolo a diventare una sorta di asino di Buridano del Campidoglio tra Acea privata e Centrale del latte rifiutata.