Se domani proponessi ad un paziente un intervento chirurgico senza anestesia mi riterrebbe pazzo, se negassi un analgesico a chi ha una forte cefalea sarei sadico. Già, perché il dolore, nei suoi vari gradi, è una delle esperienze più dure e deprimenti che possa provare un uomo. L’anestesia è riconosciuta come una delle più importanti rivoluzioni della medicina, senza di essa non si potrebbe praticare la chirurgia né sarebbero risolvibili numerosi problemi di salute. La cura del dolore è talmente importante che è percepita come “ovvia”. Chi di noi ha un dolore di qualsiasi tipo, “ovviamente”, assumerà un analgesico.

Non si capisce perché la stessa “ovvietà” non è applicata al dolore da parto.

Secondo il McGill Pain Index (un grafico che quantifica e paragona la sensazione dolorosa), il dolore da travaglio di parto è inferiore solo a quello provocato dall’amputazione di un dito e superiore a quello del cancro non terminale. Non preoccupatevi, donne in procinto di partorire, fortunatamente è un dolore “a fin di bene”, non patologico, soggettivo, passeggero. Ma è dolore: tanto che è quasi un tabù il solo ricordarlo. Chissà perché la nostra nazione si trascina il retaggio del “dolore purificatore”, le donne devono partorire soffrendo, l’hanno scritto lì, lo dicono là, hanno fatto tutte così, lo dice anche la suocera (la mamma no, lo nasconde) e si sa, la donna è destinata a soffrire, solo così diventerà adulta e madre. Guai a lamentarsi, vuoi passare per debole e paurosa?

Penso invece che non ci sia bisogno di soffrire per diventare mamma, il dolore non è una risorsa è una sofferenza e considerare il dolore da travaglio come un “rito di passaggio” è “archeologia umana”, il dolore da travaglio di parto è “naturale” esattamente come il dolore della colica renale, chi si sognerebbe di far sopportare quest’ultimo senza alcun sollievo? L’Italia, da nazione civile, ha stabilito che le tecniche per limitare i dolori del travaglio come la partoanalgesia, debbano essere garantite in tutti i reparti di maternità (sono i cosiddetti LEA, i livelli essenziali di assistenza, quelle pratiche cioè che lo Stato deve garantire obbligatoriamente). Ma il nostro paese, notoriamente incline alle contraddizioni, lo garantisce in pochi ospedali.

Il servizio è “offerto” nella metà circa dei reparti italiani, ma di questi, quelli che assicurano il servizio 24/24 ore sono la minoranza. Il caso limite è quello che vede un servizio “ad ore”: l’analgesia epidurale è disponibile solo in certi orari. Si tratta spesso di mancanza di risorse (economiche, di personale, organizzative) ma durante il travaglio la donna non pensa né alle risorse né all’ultima finanziaria e soffre, sta male in nome del risparmio e del biblico dovere di sopportare. La partoanalgesia (con tecnica epidurale, si inietta cioè un anestetico in uno spazio dentro la colonna vertebrale) è una tecnica sperimentata, efficace, sicura, con rarissimi effetti collaterali, pochissime controindicazioni e che fornisce benefici enormi in termini di salute e benessere.
In alcuni reparti esistono pratiche “alternative” con tanto di opuscoli pubblicitari per il controllo del dolore: agopuntura, digitopressione, massaggi con bacchette cinesi e tante altre, molto esotiche ed evocative, che però hanno un difetto, non riescono ad annullare quasi per niente il dolore e non hanno alcuna base scientifica. Queste tecniche sono una maniera diplomatica per non offrire la partoanalgesia distraendo le partorienti con invenzioni colorate ma assolutamente inefficaci.

Ma intanto il tempo passa e tra un chakra energetico ed una seduta di aromaterapia il pargolo è arrivato, via ai festeggiamenti, tra un padre madido di sudore ed una puerpera più sconvolta che mai che ha provato dolore perché “in fondo tutte partoriscono così”. Le donne avrebbero un modo per far sentire la loro voce e per dire che il dolore sarà pure “naturale” ma meglio non viverlo: chi andrebbe in un reparto che esegue interventi chirurgici senza anestesia? Bene, comincino ad evitare gli ospedali che non offrono il servizio di epidurale: quando i dirigenti capiranno che tutte le donne preferiscono i reparti che garantiscono il servizio senza rimedi tribali di “copertura”, forse qualcosa cambierà ed il dolore, quale maledizione divina, finalmente diventerà un ricordo del passato.