“Poco ma buono”, che varrebbe anche per qualsiasi governo non più ladro con inumidenti burrasche di piogge reali o bancarie, trova applicazione in una volontaria riduzione dei miei personali consumi di carne e di sale.

E, seppur toscano, è di “piemontese” che da qualche tempo mi inebrio.

Giorni fa, spinto da fami notturne mentre parlavo a un videotelefonocompiuterizzato, mi sono trovato a non poter accendere il fuoco. Ragionavo della giornata con l’altra parte della mia anima, finita dall’altra parte del mondo. Così ho preso una splendida braciola e col mio professionalissimo coltello giapponese ho fatto prima tante striscioline e poi tantissimi minuscoli pezzetti, pregustandomi così una familiarissima e classicissima tartara.

Niente da fare, alle volte i frigoriferi dei cuochi sono disperatamente vuoti. E lì, mentre continuavo a parlare attraverso il computer, ho rivolto lo sguardo alla mia dispensa nella speranza di trovare possibili condimenti. Ed infatti un prezioso aceto balsamico regalatomi dagli organizzatori del Festival della Laicità di Reggio Emilia mi è apparso come sicura salvezza.

Senza voler suscitare scandalo, in intimità vi confesso che, non visto, ne ho mischiato qualche potente goccia con un non niente di una ottima salsa di soia, trovando poi la giusta salatura con un pizzico abbondante di gomasio. Il trito di carni, già a quel punto, era di una svenevolissima bontà. Poi, come dal nulla, mi è apparsa una cipollina piccola e fresca dispersa in una fruttiera che ho prontamente affettato nella totalità delle sue parti bianche e verdi. Un pizzico di peperoncino macinato e una grattugiata di pepe nero, insieme a un non niente di buon olio, mi hanno convinto che, come cuoco, non son da buttare.