La coscienza di un destino comune e di una solidarietà tra le specie viventi costituisce un’acquisizione spirituale importante di molte civiltà,  dall’induismo al buddhismo, al pensiero religioso dei nativi americani al cristianesimo di San Francesco. Oggi molte di queste filosofie tornano di attualità di fronte ai danni arrecati all’ambiente dallo sviluppo capitalistico.

E’ stata quindi elaborata e proclamata presso l’UNESCO il 15 ottobre 1978  una Dichiarazione universale dei diritti degli animali, della quale vale la pena riprodurre l’art. 2, che afferma quanto segue: “a) Ogni animale ha diritto al rispetto; b) l’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali; c) ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo”.

E l’art. 3: “a) Nessun animale dovrà essere sottoposto a maltrattamenti e ad atti crudeli; b) se la soppressione di un animale è necessaria, deve essere istantanea, senza dolore, nè angoscia”.

Viene ovviamente in considerazione la pratica della vivisezione, della quale è stata fortemente contestata, oltre che la crudeltà, la stessa utilità scientifica.

Si aprono con ciò complesse problematiche scientifiche ed etiche che non possono certo essere trattate nel breve spazio di un blog.

Quello che è certo è che la liberazione di molti cuccioli di beagle destinati ad un’orrenda morte per sperimentare prodotti cosmetici, avvenuta la scorsa settimana a Green Hill, suscita simpatia e solidarietà. Le imprese che effettuano tali esperimenti sono del resto in determinati casi le stesse che si sono rese colpevoli di gravi attentati alla salute umana, dal talidomide all’aspartame. E ciò non stupisce, la logica infatti è sempre la stessa: ottenere profitto economico a qualsiasi costo.

Deludente l’azione svolta in materia dai legislatori europei e nazionali. La direttiva europea adottata nel 2010 costituisce certamente un’occasione mancata per limitare davvero il ricorso alla vivisezione. In questo come molti altri casi le lobbies sono risultate determinanti. Ma non è certo venuta meno la necessità di porre fine a certe pratiche crudeli.

Occorre perciò augurarsi che i giovani che hanno liberato i cuccioli siano assolti per aver agito in stato di necessità, concetto che l’art. 54 del nostro codice penale definisce nei termini seguenti: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo“. Occorrerebbe certo un’interpretazione estensiva del termine “persona”, operazione peraltro non vietata trattandosi di esimente penale. Certo si tratterebbe di sentenza di rilievo davvero storico…

Bisogna altresì operare affinché vengano chiusi i luoghi di tortura nei confronti degli animali, eliminando la vivisezione e gli altri maltrattamenti, a partire da quelli finalizzati a prodotti voluttuari (cosmetici, pellicce, ecc.).

Un’altra cosa da fare è poi senz’altro il boicottaggio delle aziende alimentari, farmaceutiche, chimiche ecc. che si avvalgono della vivisezione.

In conclusione, è possibile oggi immaginare un modello di sviluppo che, oltre che dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, possa e debba prescindere da violenze e torture nei confronti degli animali, a partire da quelli, come i cani, con i quali condividiamo oramai da vari millenni un percorso comune. Una sfida di civiltà da affrontare e vincere, in nome della superiore umanità che deriva dalla considerazione dei legami fra esseri umani ed altre specie animali.