La cultura dell’insulto non mi appartiene. Non cerco scontri. Né ho da difendere nessuno, partiti, corporazioni o cerchi più o meno magici di alcun tipo. Nel mio post precedente ponevo alcune vere domande al leader de facto se non de iure del movimento che sta raccogliendo i consensi più vistosi (perché più nuovi) in questo periodo. Le molte risposte che quel post ha suscitato mostrano alcuni tratti interessanti.

Più di tutto mi stupisce il tratto della facilità: tutto diventa semplice nella visione grillina della gestione della cosa pubblica. Basta eliminare sprechi (che pure ci sono a non finire), basta che ognuno, dal web, indichi il piccolo o grande spreco che individua dal proprio punto di osservazione, oppure basta che ognuno apporti un granello all’edificio del “programma” e ogni problema sarà risolto. In questa visione “dal basso” ci sono anche molti elementi positivi, che è colpevole non valorizzare, e anzi ostacolare in tutti i modi: ad esempio la cultura dei referendum, già patrimonio dell’area radicale, e la cultura delle leggi di iniziativa popolare.

Ora, questa posizione è in realtà il frutto dell’amalgama di due elementi diversi. Da un lato la sacrosanta e definitiva ribellione a una gestione dissennata della cosa pubblica – gli esempi potrebbero essere infiniti – che ha prodotto lo Stato spesso inefficiente e nepotista che conosciamo, un abbondante sperpero di denaro, le ruberie, un debito pubblico fuori controllo, i partiti ridotti a puri centri di potere, ecc. Dall’altro il bisogno molto postmoderno di rendere tutto più easy, di non attardarsi in pensose ponderazioni su rapporti costi/benefici di un investimento, di alleggerire le mediazioni, ecc. Forzando un po’ le cose e usando categorie desuete, che i grillini peraltro probabilmente rifiuterebbero, si potrebbe dire che la prima componente ha una connotazione più “di sinistra”, poiché in sostanza reagisce contro tutti i comportamenti che depredano il popolo dei suoi diritti e dei suoi soldi e quindi in fin dei conti aumentano le disuguaglianze, mentre la seconda componente ha una connotazione più “di destra”, più liberale (non liberal), poiché intravede una modalità più immediata (e anche meno burocratica) di gestire la cosa pubblica. Il risultato è un mix “né di sinistra né di destra”, nella convinzione che queste categorie non abbiano più senso.

Quando ponevo le domande sulla cultura, in realtà cercavo più risposte di metodo che di merito. Sviluppare una cultura critica, consapevole, aperta (cioè attenta al nuovo e contemporaneamente radicata nella tradizione), è molto faticoso, è un esercizio costante, un allenamento senza fine. Una cittadinanza matura è una cittadinanza che non si limita a esercitare una vigilanza, ma che sa anche elaborare il nuovo. Dove per nuovo non basta intendere la novità tecnologica, ma anche nuove categorie di interpretazione del mondo che ci circonda, nuovi strumenti per soddisfare bisogni, nuovi equilibri tra spinte opposte. Tutto ciò è lento e difficile da raggiungere.

Non chiedo risposte su Pompei, su Monterchi o sui libri di testo (allora perché non sulla torre di Pisa, sulla Mole Antonelliana o su un film di Antonioni, o anche sulla politica estera o sulla difesa?). Chiedo solo – per capire qual è il modello politico che il M5S sta elaborando – secondo quali principi politici si intendono risolvere i molti problemi spinosi che i recenti ministri della cultura e dell’istruzione non hanno quasi mai saputo affrontare degnamente. Per esempio, per il cinema: si ritiene necessario sostenere la produzione, la distribuzione e l’esercizio indipendenti (e spesso economicamente non redditizi) oppure si ritiene preferibile lasciar fare al mercato? Questa è una domanda politica, più di metodo che di merito: dalla risposta che si dà a un simile quesito emerge una visione della cosa comune.

C’è in Italia uno spaventoso bisogno di cultura, cioè di mettere la cultura in senso lato al primo posto della riflessione politica. E’ con la cultura che si nutre il dubbio, virtù dei forti e strumento necessario per l’esercizio politico. Mi colpisce l’assenza di dubbio nelle risposte dei grillini. Non mi piace chi dice che con la cultura non si mangia, né chi fa il piacione con una gestione trendy della cultura. Ma non mi piace nemmeno la facile tendenza alla semplificazione (di cui il linguaggio, spesso carico di insulti o di gratuite insinuazioni, dei simpatizzanti del M5S è una spia di superficie). Non è proclamandosi diversi a prescindere che si risolvono i problemi.